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GIUGNO - 2010
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s o m m a r i o
ELEZIONI - ELEIÇÕES
GIUSEPPE BONO
POLITICA
UNA PAROLA
SULL’ISTRU-ZIONE
SESSANT’ANNI DI BOSSANOVA
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CULTURA
MUSICA
INTERVISTA
DALL’AUSTRALIA CON AMORE
ATTUALITÀ
EDITORIALE
04
FRANCESCA CALLIGAROINTERVISTA
14
11
O GRANDE IMBRÓGLIO
OPINIONE
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FIRENZE - FLORENÇA
TURISMO
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CAPESANTE ALLA VENEZIANA
GASTRONOMIA
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LA VERA STORIA DELLA CO²
PONTO FINAL
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Editoriale
[email protected] JORNALISTA RESPONSÁVEL Edoardo Pacelli, nº 1398, OJB-RJ.DESIGNER GRÁFICO Edoardo Pacelli CONSELHO ACADÊMICO
Antonio Olinto, in memória Geraldo França de Lima, in memória
Gilberto Ramos Lorenzo Matteoli
IMPRESSÃO Ortho Line Gráfica Digital
(21) 3902-9428 COLABORAÇÃO: Raffaele Peano (MG)
Carlos Brandão Eunice Khoury Pacelli Percival Puggina (RS) José Nêumanne (SP) Olavo de Carvalho (USA)
Cesar Roberto Magdalena Célio Lupparelli
Thoni Litsz Alfredo Apicella Da Australia: Lorenzo Matteoli
FOTOGRAFIAS Edoardo Pacelli Alfredo Apicella Acervo pesssoal
Presidenza CDM, Livio Anticoli Igor Rodrigues Lorenzo Matteoli CARTAS E-mail [email protected]. Rua Duvivier, 43 22020-020 Copacabana (RJ) Telefax: (21) 2295 1481 Tiratura: 15.000 copie Edições Italiamiga, 2010 28 p. ISBN:
ITALIAMIGA, Italia nel Mondo, ritorna con una veste
nuova, nuova nella forma e nuova nei contenuti, ma fedele
alle finalità che l’hanno spinta a nascere.
L’Italia, culla della civiltà occidentale, è presente in Brasile
con i suoi 34 milioni di abitanti, discendenti dagli immigranti
che arrivarono nei secoli XIX e XX. Questa importante parte
della popolazione brasiliana ha contribuito, in maneira preponderante, al
progresso ed allo sviluppo del Paese. Costituendo, appena, il 15% della
po-polazione brasiliana, produce il 35% del Prodotto Interno Lordo.
Cosa vogliamo essere:
Italiamiga vuole essere una rivista caratterizzata dalla serietà e trasparenza
delle informazioni, dalla loro concezione all’elaborazione.
Italiamiga ha come obbiettivo quello di informare ed intrattenere in maniera
imparziale. L’impresa Italiamiga ambisce diventare portavoce attivo e ponte
tra le culture dei due Paesi, l’Italia ed il Brasile. Per questo può contare su
una struttura di giornalisti e collaboratori di grande creedibilità, in Brasile,
in Italia e nel mondo. Tra questi, in Brasile, José Neumanne, Olavo de
Car-valho, Gilberto Ramos e Carlos Brandão, in Itália, giornalisti come Antonio
Socci, Alberto Tornielli, tra gli altri, e, in Austrália, con il professore e
ar-chitetto Lorenzo Matteoli.
Quali sono pertanto gli scopi?
•Informare.
•Divertire.
•Promuovere azioni socio-culturali.
•Incentivare l’unione tra i due paesi.
•Trarre ai lettori l’attualità.
•Evidenziare l’importanza della presenza italiana in Brasile.
•Incentivare la cultura italiana in Brasile.
•Rivitalizzare la cultura italiana presso la collettività.
•Promuovere l’intercambio cuturale e professionale.
•Divulgare la gastronomia ed il turismo in Italia.
Vogliamo dirigerci, pertanto, a:
•Italiani.
•Immigranti italiani.
•Discendenti di italiani.
•Amanti della cultura e delle bellezze italiane.
•Interessati ad una informazione di qualità.
•Imprese italiane consolidate in Brasile.
•Imprenditori, commercianti e professionisti.
Ci auguriamo che, come sempre, i lettori vogliano comprendere e
sostenere il nostro sforzo.
Grazie, Edoardo Pacelli
Giugno-Junho 2010
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Elezioni - Eleções
2010
Fedele ad una posizione di neutralità in vista
del-le prossime edel-lezioni in Brasidel-le, ITALIAMIGA non può
fare a meno di sottolineare alcuni aspetti interessanti e,
se vogliamo, curiosi della prossima tornata elettorale.
Il Brasile, come si sa, è terra di immigrazione
dove molti popoli provenienti da ogni parte del mondo
vi hanno trovato asilo, ospitalità e rispetto. Una delle
co-lonie più numerose che vivono in questo Paese è
quel-la italiana, così numerosa che l’ONU l’ha riconosciuta
come la maggiore etnia bianca del Brasile.
La presenza è così marcante che si è costituita
una associazione di parlamentari italo brasiliani,
presie-duta dal deputato Ricardo Barros, che si incontra
rego-larmente con i colleghi italiani. Sotto questo punto di
vista, e non solo per questo, importante azione è
svol-ta dal depusvol-tato isvol-taliano Fabio Porsvol-ta, eletto dagli isvol-taliani
all’estero che vivono nell’America meridionale.
Avviene, curiosamente che la moglie dell’attuale
presidente, la signora Marisa Letizia, abbia acquisito la
cittadinanza italiana, mentre uno dei candidati alla futura
carica presidenziale, José Serra, abbia anche lui il titolo
di cittadino italiano, non solo, ma la Società Italiana di
Beneficenze e Mutuo Soccorso, dodici anni fa, gli ha
at-tribuito il titolo di “Italiano che si è fatto onore”!
Pertanto è comprensibile che la colonia
italia-na veda di buon grado l’ascesa alla più alta carica dello
stato di un candidato che in qualche modo rappresenta
quello spirito di volontà, di operosità, di tenacia che ha
contraddistinto e ancora contraddistingue l’emigrante
italiano nel mondo.
Fiel a uma posição de neutralidade em vista das
próximas eleições no Brasil, ITALIAMIGA, não pode
não sublinhar alguns interessante aspetos e, podemos
dizer, curiosos do próximo pleito.
O Brasil como todo mundo sabe, é terra de
imi-gração onde muitos povos, provenientes de toda parte
do mundo encontraram asilo, hospidalidade e respeito.
Uma das colônias mais numerosas que vivem no País é a
italiana, tão numerosa que a ONU a reconheceu como a
maior etnia branca do Brasil.
A presença italiana é tão marcante que se
consti-tuiu uma associação de parlamentares ítalo-brasileiros,
chefiada pelo deputado Ricardo Barros, que se
encon-tra com regularidade com os colegas italianos. Sob este
ponto de vista, e não apenas por isso, uma importante
ação é desenvolvida pelo deputado italiano Fabio Porta,
eleito pelos italianos que vivem na América do sul.
Acontece, curiosamente, que a esposa do atual
presidente, a primeira dama Marisa Letícia, adquiriu a
cidadania italiana há pouco tempo, enquanto um dos
candidatos à presidência, José Serra, haja ele também o
título de cidadão italiano, mas além disso, a Sociedade
Italiana de Beneficência e Mútuo Socorro, fundada por
emigrantes italianos em 1854, lhe conferiu o título de
“Italiano honrado”.
É, portanto, compreensível que a colônia italiana
veja com favor a subida ao maior cargo da União de um
candidato que represente aquele espírito de vontade,
op-erosidade, tenacidade que distinguiu e ainda distingue o
emigrante italiano no mundo.
José Serra
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e dovessimo definire la personalità ed il caratte-re di Giuseppe Bono (in-gegnere Honoris causa dell’Università di Genova) e Amministratore dele-gato di Fincantieri, po-tremmo prendere come esempio questa sua af-fermazione: ''Finchésarò alla guida di que-sta azienda non chiuderò nessun stabilimento, per-ché mi sembrerebbe di tradire le generazioni del passato''. Giuseppe Bono,
un calabrese scattante e pieno di verve, già al ver-tice di Finmeccanica, uno dei grandi manager della'
Giuseppe Bono
industria di Stato, dalla carriera proficua e ricca di esperienze, è giunto a Rio de Janeiro dove ha avuto degli importantissimi in-contri con le autorità lo-cali, gettando le basi per una fruttuosa collabora-zione industriale tra l’Ita-lia ed il Brasile. ITALIAMI-GA ha avuto il piacere di intervistarlo.
IA: Dottor Bono, lei è
passato dall' Efim alla Aviofer, alla ristruttura-zione Agusta, a Alenia a Ansaldo, cosa l'ha spinta a intraprendere questa iniziativa in Brasile, quel-la cioè di entrare in
que-sto importante mercato?
IA: Già operavamo in Brasile una sede presso una società brasiliana. Ora abbiamo individuato nel Brasile come una se-conda patria, in quanto in questo paese vive la più grande colonia italiana fuori dei confini naziona-li e, soprattutto, perché il Brasile per lo sviluppo che ha avuto e che avrà, diventerà una grande po-tenza economica tra poco tempo. Il nostro obiet-tivo è quello di opera-re, attraverso operatori locali, con il governo, e con le istituzioni che gui-dano lo sviluppo del pa-ese, per costruirvi una industria cantieristica di livello mondiale. Lo scopo finale, se il governo e le istituzioni sono interes-sate, come ci sembra, è quello di creare decine e decine di migliaia di nuovi posti di lavoro. Una indu-stria navale che, non solo servirebbe a soddisfare il fabbisogno interno brasi-liano, ma che possa com-petere su scala mondiale. IA: Ma questo non
po-trebbe essere pericoloso per l'industria navale ita-liana?
GB: Non siamo in
compe-tizione, perché quelle navi che servono al momen-to al Brasile, soprattutmomen-to nell'industria petrolifera, noi in Italia non le faccia-mo. Costruiamo appena quelle più sofisticate, per altre ostruzioni navali gli armatori si rivolgono alla Corea o al Giappone o alla Cina perché noi non siamo competitivi. Allo-ra, questo è stato il mio ragionamento: siccome il Brasile ha bisogno di in-vestimenti, perché non
costruirle in Brasile e poi dal Brasile estendersi per tutto il mondo e fare dal Brasile la concorrenza ai paesi asiatici? Perché è indiscutibile che il costo del lavoro, che è uno dei fattori di concorrenza con quei paesi, il Brasile o pos-sa reggere per i prossimi anni. Da qui il progetto di trasferimento di tecnolo-gia, di organizzazione, di preparazione, in quanto noi ci riteniamo, dal pun-to di vista cantieristico, la prima azienda al mon-do. Noi siamo leader a l mondo, per esempio, nel-la costruzione di navi di crociera, che è una delle costruzioni più sofisticate che ci siano. Per la Marina Italiana abbiamo costru-ito portaerei, sommer-gibili e pattugliatori. Ab-biamo l'esperienza di fare anche sul posto le cose. Da due anni, per esem-pio abbiamo un contratto con l'India, per l'assisten-za che diamo al cantiere e alla marina indiana per la costruzione di una por-taerei che sarà realizzata lì. Con la Turchia stiamo costruendo in un cantiere locale dei pattugliatori, di cui abbiamo dato il know how, e daremo loro l'assi-stenza per la costruzione. Siamo in grado di istruire il personale e, con i nostri partner, come i brasiliani, ad investire per realizza-re questo progetto. Per noi si tratta di un grande progetto nel quale capar-biamente, da buon cala-brese, credo.
IA: Come pensate di
or-ganizzarvi per il futuro? GB: oggi noi abbiamo in
Brasile una rappresen-tanza, se il progetto an-drà in porto, pensiamo
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di costituire una società, FINCANTIERI do Brasil, e di dare a questa società il supporto sotto forma di gruppi di tecnici per ri-modernare, ristrutturare i cantieri. Vogliamo aiutare il Brasile a costruire per la sua cantieristica una sto-ria gloriosa. D'altronde noi siamo abituati a fare i passi secondo la gamba, se qui non ci sarà nulla da fare, è inutile che ci met-tiamo a costruire delle società che non avranno nulla da fare. Noi siamo qui per fare degli affari, naturalmente quelli giu-sti, facendo gli interessi non solo della Fincantieri, ma anche del paese nel quale ci troviamo. Per-ché noi andiamo nei pa-esi non per fare “toccata e fuga”, solo per fornire e poi scappare, ma noi vo-gliamo restare.
IA: La visita a Rio della
nave Andrea Doria è stata accolta con vivo interes-se dagli ambienti militari brasiliani. Ci sarà un se-guito commerciale?
GB: Stiamo dialogando
con la marina brasiliana la quale ha diversi interessi ci ha chiesto delle infor-mazioni, dei pre progetti di alcune navi, pattuglia-tori e fregate, che noi abbiamo dato e stiamo tentando di definire con loro quali sono i requisiti necessari per la loro stra-tegia. Non solo l'Andrea Doria, ma io penso che la cosa più importante sia la portaerei Cavour, che per la prima volta i due pae-si pae-si sono mespae-si inpae-sieme per un evento, purtroppo triste, internazionale, il terremoto di Haiti, dove mi pare che questa
mis-sione congiunta sia stata un vero successo. Stia-mo così diStia-mostrando che Italia e Brasile possono lavorare congiuntamente per affrontare emergenze internazionali. Nel mondo moderno quello che conta non è tanto la tecnologia, perché la tecnologia è ac-cessibile a tutti, ma la ca-pacità di mettere insieme le cose, l'organizzazione. Noi pensiamo di avere sviluppato questa nostra capacità con la costruzio-ne delle navi da crociera costruzione che vale tra cinquecento e seicento milioni di Euro. Questo è l'oggetto che più vale al mondo. Quello che produ-ce Fincantieri è il 25%, il resto lo deve progettare, comprare fuori, lo deve far arrivare al momento giusto e metterlo insie-me. Noi questo abbiamo e vogliamo mettere a di-sposizione dei nostri part-ner.
IA: Il suo curriculum è senza dubbio molto bril-lante. Qual'è il segreto che le ha permesso di guidare le più importanti imprese italiane?
GB: Può sembrare
retori-ca, ma non lo è. Nel mio mestiere, come in tutti i mestieri, la chiave del successo è quella di esse-re innamorati di quello che si fa. Perché è la vita ed io ne sento la responsa-bilità. Ho avuto la fortuna di lavorare in aziende con una lunga tradizione: la Fincantieri, il cui cantiere più recente ha più di cen-to anni di scen-toria. Io sencen-to una responsabilità sulle spalle rispetto alle vec-chie generazioni che mi hanno tramandato
que-sti cantieri e alle nuove perché io non posso che dare il meglio per i pros-simi cento anni. Questo è il messaggio che vorrei dare agli amici italiani e brasiliani: dobbiamo co-struire delle cose che du-rino nel tempo, il resto, affari, speculazioni, a noi non interessano.
IA: Come considera il
rapporto con le autorità locali?
GB: Se posso avere la
possibilità di illustrare alle autorità locali quello che vogliamo fare, sono sicu-ro che rimarranno affa-scinati perché quello che a loro più preme è fare gli interessi nazionali. Io penso e sono convinto che, malgrado tutto quel-lo che si dice e si pensa della politica e dei politici,
alla fine quello che deve prevalere è l'interesse della collettività.
IA: Quest'anno il Brasile va alle urne ed è possibile che le autorità con le qua-li state trattando adesso, tra qualche tempo possa-no essere altre. Avete va-lutato questo rischio? GB: Noi pensiamo che i
rapporti avvengono con i governi, non con gli uo-mini, che sono natural-mente importanti, ma se le idee sono buone vanno avanti e sono trasferite ai successori.
Nelle immagini, nella pa-gina precedente:
la Nave Andrea Doria, l’intervista, in basso, varo della nave Costa Lumino-sa con il ministro Brunet-ta
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L’onorevole Massimo Ni-colucci è giunto a Rio de Janeiro accompagnando una delegazione di pri-marie aziende italiane, interessate a conclude-re importanti iniziative in Brasile. ITALIAMIGA lo ha intervistato.
IA: Onorevole Nicolucci,
qual’è il motivo della sua visita a Rio de Janeiro?
MN: Oggi siamo qui per accompagnare alcune aziende per portare avan-ti ciò che qualche mese fa è stato messo in moto dalla politica. Tutto nasce dalla volontà di due go-verni, che erano consa-pevoli, innanzi tutto, della fratellanza dei due popoli, l'italiano ed il brasiliano, una fratellanza che anda-va maggiormente anda- valo-rizzata. E devo dire che, grazie al ministro Nelson Jobim, persona estrema-mente sensibile, questo avvicinamento e questo percorso ha avuto inizio. La sua venuta in Italia, il suo incontro con il primo ministro Berlusconi, con i ministri Larussa e Scajola, ha accelerato quello che, comunque, sarebbe stato un processo inevitabile. Da allora è stato tutto un susseguirsi di incontri po-litici, di visite reciproche, che hanno avuto il punto più alto nei giorni scorsi, a Washington, con l'incon-tro tra il presidente Lula e Silvio Berlusconi. Non è solo un accordo strategi-co quello che si è firma-to, si è firmata la volontà dell'Italia di essere prota-gonista nello sviluppo di questo grande popolo e di
questo grande paese che è il Brasile, leader mon-diale nei prossimi anni.
L'atteggiamento dell'Italia non è quello di aziende interessate a trarre pro-fitto da questo sviluppo, ma quello di trasferire della tecnologia a que-sto popolo, intelligente e capace che sta vivendo questa grande opportu-nità che la storia gli sta offrendo. Oggi questo è il primo passo di impor-tanti imprese italiane che stanno prendendo contat-to con importanti aziende brasiliane, con la stessa marina militare brasiliana, per portare avanti quei progetti concreti che sono necessari per iniziare ac-cordi sempre più grandi e importanti. Infatti pen-siamo che questi incontri, sia a livello politico, sia a
livello imprenditoriale, an-dranno molto avanti nel tempo.
IA: Come mai è stata scel-ta la città di Rio de Janeiro per dare il calcio iniziale a questa futura prospettiva? MN: In primo luogo per-ché l'inizio di questo nuo-vo processo di collabora-zione è nel campo navale. Quindi, in questo senso, la città di Rio è un po la capi-tale del Brasile. Ma men-tre noi siamo qui, ci sono altre realtà imprenditoriali al lavoro a Brasilia e a San Paolo.
IA: Non disturba la
pro-spettiva di un probabile cambio di governo con le prossime elezioni, in Bra-sile?
MN: Vede una delle grandi caratteristiche del presi-dente Berlusconi è quella di non avere mai avuto
pregiudizi o difficoltà ad interloquire con la perso-na che gli si trova di fron-te. Io credo che le neces-sità, la volontà e l'affetto che uniscono i due popoli, vanno oltre gli interpre-ti che devono realizzare questo. Credo, anzi, che si era perso già tanto tempo nel passato e che questi limiti politici o di oppor-tunità politica dovessero essere presi in considera-zione. Anzi, a prescinde-re dai grandi e splendidi rapporti che intercorrono tra il presidente Berlusco-ni ed il presidente Lula, e col Ministro Nelson Jobim, e con tutte le persone con le quali abbiamo avuto dei rapporti, riteniamo che, al di là di quello che saranno i risultati elettorali, questo percorso non avrà nessu-na battuta d'arresto. IA: È stato
affronta-to, e come, il problema dell'estradizione del terro-rista Battisti?
MN: Il problema Battisti che per un certo tempo ha fatto apparire quasi condizionante il rapporto tra Brasile e Italia, è stata soprattutto una monta-tura giornalistica. Posso dire che il governo italia-no è sempre stato rigoro-samente rispettoso delle scelte del Brasile, come siamo certi che il Bra-sile mai ha avuto dubbi sulle certezze del diritto dell'Italia in questo senso. Pertanto il problema Bat-tisti non influirà assolu-tamente sul percorso che abbiamo iniziato.
Edoardo Pacelli
Massimo Nicolucci
intervista
Il fiore all’occhiello della FINCANTIERI: la Portaerei Cavour
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Il fiore all’occhiello della FINCANTIERI: la Portaerei Cavour
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Edoardo Pacelli
hi si reca come turista in Croazia, è atratto da un invitante depliant che recita: «Goli Otok isola della pace, isola di assoluta libertà - dice il dé-pliant turistico -. Mare straordinariamente pulito, ambiente immacolato, immerso nel silenzio».
Quelle due isole paradisiache dell’alto Adriatico sono state per anni un inferno. Il regime titoista jugoslavo, infatti, le aveva trasformate in due Lager in cui fini-rono, non solo ustascia macchiatisi di orrendi crimini durante la seconda guerra mondiale e alcuni delinquenti comuni, ma anche e soprattutto deportati politici e, in particolare, quei comunisti, compagni nella lotta di resistenza partigiana contro nazismo e fascismo, che, quando Tito nel 1948 ruppe con Stalin erano rimasti fedeli, per fede nell’idea universale marxista, al comunismo ortodosso e cioè - allora - a Stalin. Finirono così a Goli Otok, l’Isola Nuda, eroici com-battenti per la causa della rivoluzione mondiale. Fra essi c’erano anche circa duemila italiani, militanti comunisti che avevano conosciuto le galere fasciste e i Lager nazisti, che si erano battuti in Spagna contro Franco e si erano recati con entusiasmo in Jugoslavia per contribuire a edificare il socialismo nel Paese più vicino. In quell’inferno, sottoposti a maltrattamenti e torture, ignorati da tutti, resistettero eroicamente e paradossalmente in nome di Stalin, massimo inventore di Gulag.
o storico Claudio Magris, in “Utopia e disincanto”, ce ne ricorda la tragedia, quella di un gruppo di uomini la cui sfortuna fu di essere sempre “dalla parte sbagliata nel momento sbagliato, circondati dalle frontiere più dure e feroci”. Erano duemila operai comunisti dei Cantieri Navali di Monfalcone, dei “duri e puri”. Attraversarono il golfo di Trieste per unirsi ai compagni titini per edificare “il vero socialismo”. Pochi anni dopo il loro arrivo, quando nel 1948 il maresciallo jugoslavo Tito venne scomunicato dal Cominform e ruppe con Stalin, furono visti con sospetto da Belgrado, minacciati, e molti di loro sbattuti nei gulag, perché “non ortodossi”. Insomma, erano rimasti stalinisti. Ma anche in patria quel destino “sbagliato” non cambiò: furono umiliati, emarginati e vessati, in quanto testimoni di un passato del quale il Pci ormai si vergognava. Vicenda che su quella gente è pesata come un fallimento morale, tanto da indurla a non parlarne per anni. Lo ha fatto in tempi recenti qualche superstite, come per li-berarsi la coscienza, parlando con uno storico, Giacomo Scotti, che ha ricostruito la storia.
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Ma chi erano questi
duemila italiani?
La storia
dimenticata
Le vittime dell’utopia stalinista
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sciata sui media da un’altro ristretto clan di operatori professioinisti dello “spin”?
No. Non è così.
La gente c’è, esiste a fa quello che deve fare, tutti i giorni, normalmen-te. Sono probabilmente 59 milioni e gli altri sono un milione. Scarso. L’Italia che ci viene servita dai me-dia è una sovrastruttura marginale, una crosta spuria, un baccano crea-to ad arte…una gigantesca manipo-lazione mediatica.
Quale arte? Quale scopo? Per conto di chi?
Good question.
Secondo me si tratta di una nuova e satanica forma di terrorismo. Non bombe, non dinamite sulla pancia di fanatici suicidi, ma una droga in-formazionale sistemica, rovesciata quotidianamente con fiumi di carta e di inchiostro sui cervelli degli Ita-liani veri e normali.
Bisogna stare attenti perchè è una droga letale: se si comincia a cre-dere che il Paese sia quello confe-zionato dal gelatinoso terrorismo si rischia forte. Si rischia di farlo vin-cere, il terrorismo in gelatina me-diatica.
L’unica cosa che può salvare il Pa-ese da questo insidioso gelatinoso terrorismo è il bimillenario italico scetticismo: speriamo che funzioni ancora.
Con questo non voglio dire che i ladri, corrotti, gli incompetenti e i profittatori non esistono. Ci sono, sono veri, ma sono marginali, e ci sono sempre stati. Il Paese vero è un altro, è sempre stato un altro. Dobbiamo con urgenza ristabilire i corretti equilibri e le giuste distan-ze.
A queste cose pensavo mentre guardavo, sulla televisione, i cor-pi straziati a Baghdad degli Irakeni che, nonostante tutto, vogliono an-cora votare e si fanno massacrare per celebrare un rito di democrazia che il teatrino italiano sta spensie-ratamente sprecando.
Le notizie dall’Italia si accavallano come un fiume in piena. Non c’è tempo di digerire, assorbire, me-tabolizzare e, tantomeno, capire, un fatto, un avvenimento, una ca-tastrofe, uno scandalo, che si vie-ne travolti da un’altra bordata di incredibili notizie, fatti, catastrofi, scandali. Una vera bufera. Frane di fango, alluvioni, terremoti e post terremoti, processi, sentenze, con-trosentenze, condanne, prescrizio-ni, pompiprescrizio-ni, escort, giovani coristi trastullati da vecchi e illustri oltre che potenti funzionari, cricche, fa-vori, direttori di giornali massacrati da scandali e riabilitati da contro-scandali, truffe fiscali da centinaia di milioni di Euro , vere, finte, ne-gate, affermate, liste di candidati vere, finte, con firme, senza firme, presentate non presentate, respin-te non respinrespin-te, accettarespin-te, bloccarespin-te, cambiate, milioni di Euro, decine di milioni di Euro, centinaia di milioni di Euro, lodi, processi brevi, legitti-mo impedimento riconosciuto, non riconosciuto, vero, finto…magistra-ti, rossi, bianchi, neri, avvocafinto…magistra-ti, rossi, bianchi neri, presidenti, rossi, bianchi, neri…
Ci si chiede dov’è la gente, dov’è il paese normale. Dove sono quelli che lavorano, che si alzano all’alba, tornano a casa a notte, quelli che studiano, quelli che insegnano, che si preoccupano, che allevano figli, che pagano le tasse, che pagano l’affitto, che risparmiano soldi e si fanno derubare dalle banche, che invecchiano, che si ammalano e che muoiono, quelli che curano, medi-cano, assistono, guariscono, quelli che fanno funzionare i tram, i treni, gli autobus, gli ospedali, le scuole, che arano i campi, che raccolgono il grano, che mungono le mucche, che puliscono le strade, quelli che non urlano, non saltellano, non giroton-dano, che non occupano….possibile che un Paese di 60 milioni di abitan-ti veri, reali, normali, sparisca die-tro una caligine nera, dendie-tro a una puzzolente nebbia imbastita da un teatrino di pochi personaggi e
rove-ATTUALITÀ
Dall’Australia con amore
Lorenzo Matteoli
È nato a Milano, diploma alla Lincoln High School di Portland Oregon, matu-rita’ classica al Liceo Ca-vour di Torino, laurea in architettura al Politecnico di Torino, Ordinario di Tec-nologia dell’Architettura alla Facolta’ di Architettu-ra del Politecnico di Tori-no (1980), Preside della Facolta’ dal 1981 al 1986, direttore del Dipartimento di Scienze e Tecniche per i Processi di Insediamen-to (1983-1989), Assessore per il Partito Socialista Ita-liano al Comune di Torino dal 1986 al 1992. Addetto scientifico presso l’Amba-sciata Italiana a Jakarta 1992-1994. Dal 1995 vive, studia, insegna e scrive a Perth (Western Australia) e a Indian Harbour (Nova Scotia, Canada).
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Una parola sull’istruzione
Intervista a Raffaele Peano presidente della Fondazione Torino, Scuola Internazionale e del Centro di
Lingua e Cultura Italiana, di Belo Horizonte (MG),
“
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Raffaele Peano, Presidente del-la Fondazione Torino Scuodel-la Internazionale e del Centro di Lingua e Cultura Italiana, di Belo Horizonte (MG), comcia a firmare la colonna su in-vito di Alfredo Apicella, capo redazione di Rio de Janeiro.
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l Dott. Peano, come écono-sciuto, é stato dirigente del Gruppo FIAT per più di tre decenni, con un vasto curri-culum ,che comprende la di-rezione del gruppo in diversi paesi come Italia, Polonia, Ar-gentina e Brasile.
In questa colonna, il Dott.Pea-no parla brevemente delle pro-spettive per i prossimi anni nel settore dell’istruzione, del qua-le si occupa dal 2004, come presidente e direttore generale della Fondazione Torino. Do-vendo dividere il suo tempo tra la scuola e l’azienda, la sua agenda é constantemente pie-na di impegni.
Essendo stato padre di un’alun-na, il Dott. Peano ha un vin-colo con la Fondazione Tori-no dal 1984, dove ha sempre
partecipato attivamente, visto il suo interesse nel rafforzare dal punto di vista amministrativo l’istituzione, creata nel 1974, parallelamente alla costruzione della fabbrica della Fiat a Be-tim, per rivolgersi inizialmente in modo esclusivo ai figli di ita-liani. Nel 1988 la scuola si apre maggiormente attraverso la creazione del Centro di Lingua e Cultura Italiana e, a partire dal 1992, diventa biculturale. Il Dott. Peano ha sempre col-laborato a tutte queste fasi di trasformazione.
Nel 2000 torna ad occuparsi direttamente anche della Fon-dazione, sua passione, di cui é presidente da 6 anni. Con spi-rito imprenditoriale ed inno-vatore, acquisito nel corso del tempo come leader del gruppo Fiat, sta progettando un futuro pieno di successi, avendo sem-pre come ispirazione la qualità dell’insegnamento.
Quali sono le prospettive dell’istruzione attualmente? La formazione dei bambini e dei giovani é un lavoro sempre più arduo, che esige
responsabi-lità, dedizione e persistenza. La scuola condivide questo com-pito con i genitori.Gli alunni che frequentano la Fondazione Torino hanno un futuro com-plesso che li attende. Saranno i futuri professionisti, impresari, politici; i capi famiglia che vi-vranno in una società sostan-zialmente diversa dalla nostra. Pianificare l’insegnamento oggi significa gettare le basi dei cam-biamenti sociali dei prossimi decenni; é per questo motivo che la cosa fondamentale é in-segnare a pensare.
Che cosa differenzia una scuola Internazionale?
La Fondazione Torino, in qua-lità di Scuola Internazionale, offre un’alfabetizzazione bilin-gue, l’insegnamento di altre tre lingue e il diploma internazio-nale che dà diritto di studiare in qualsiasi università dell’Unione Europea.
Inoltre il corpo docente é for-mato da vari professori stranieri e molti studenti di varie na-zionalità frequentano la scuo-la. Questa caratteristica é di estrema importanza, perché la convivenza multiculturale pro-duce una visione globalizzata, ampliando la diversità culturale e favorendo lo scambio di espe-rienze.
Qual é l’importanza di impa-rare un’altra lingua?
Nel mondo globalizzato in cui viviamo parlare solamente la propria lingua non basta. Se vogliamo formare dei giovani cosmopoliti, dobbiamo prepa-rarli per affrontare situazioni diverse e per un mercato di la-voro sempre più competitivo. Parlare altre lingue apre le porte ai giovani.
Sappiamo che l’apprendimento di un’altra lingua é molto na-turale per i bambini e con un metodo efficace lo é anche per gli adulti. Pertanto, oltre all’in-segnamento dell’italiano dalla scuola materna, abbiamo inclu-so anche la lingua inglese. I più giovani imparano con attività ideate specialmente per poter assorbire la lingua in modo na-turale e piacevole.
Quali sono i piani per il futu-ro?
Siamo in una fase di transizio-ne, durante la quale ci stiamo organizzando per raggiungere la nostra meta. In tre anni la scuola Internazionale ha avu-to una crescita di oltre il 45%, molto al di sopra la media delle scuole del paese. Questo rappresenta il prodotto di uno sforzo di organizzazione inter-na, gestione più efficiente delle risorse e il lavoro di squadra insieme al corpo docente.
►
ITALI
A NEL
MONDO
Una parola sull’istruzione
Uma palavra sobre educação
En
trevista a Raffaele Peano presidente da Fondazione Torino, Scuola Internazionale e do Centro di
Lingua e Cultura Italiana, de Belo Horizonte (MG),
“
“
Raffaele Peano, Presidente da Fundação Torino Escola Inter-nacional e Centro de Língua e Cultura Italiana, de Belo Hori-zonte (MG), passa a assinar a coluna de educação a convite de Alfredo Apicella, chefe de reda-ção do Rio de Janeiro.
Dr. Peano, como é conheci-do, foi executivo do Grupo Fiat por mais de três décadas, com um currículo vasto, que inclui a direção de unidades do grupo em diversos países como Itália, Polônia, Argenti-na e Brasil.
Nesta coluna, Dr. Peano fala um pouco das perspectivas para os próximos anos no se-tor de educação, em que atua desde 2004, como presidente e diretor geral da Fundação Torino. Dividindo o tempo entre as atividades na Escola e na empresa, sua agenda é atri-bulada.
Como pai de aluna, Dr. Pea-no está vinculado desde 1984 à Fundação Torino, onde sempre participou ativamen-te, interessado em fortalecer administrativamente a insti-tuição, criada em 1974, pa-ralelamente à construção da fábrica da Fiat em Betim, para atender exclusivamente aos fi-lhos de italianos. Estruturada
em 1976, em 1988, a Escola abriu-se para a comunidade, através da criação do Centro de Língua e Cultura Italiana e, a partir de 1992, tornou-se bi-cultural. E Dr. Peano sempre colaborou em todas essa trans-formações.
Em 2000, voltou a se ocu-par diretamente também da Fundação, sua paixão, onde é presidente há 6 anos. Com o espírito empreendedor e ino-vador, que adquiriu em tantos anos como líder do grupo Fiat, vem traçando, com foco na qualidade do ensino, um ca-minho arrojado para a Escola Internacional.
Quais as perspectivas da edu-cação nos tempos atuais? A formação de crianças e jo-vens é cada vez mais um tra-balho árduo, que exige res-ponsabilidade, dedicação e persistência. A Escola divide esta tarefa com os pais. Os alunos que frequentam a Fun-dação Torino tem um futuro complexo pela frente. Serão os futuros profissionais, em-presários e políticos. Serão os chefes de família que estrutu-rarão uma sociedade substan-cialmente diferente da nossa. Planejar o ensino hoje significa desenhar as mudanças da so-ciedade nas próximas décadas. Por isto, o essencial é ensinar a pensar.
O que caracteriza uma escola internacional?
Sendo uma Escola Interna-cional, a Fundação Torino oferece alfabetização bilíngue, ensino de mais três idiomas e o diploma internacional que dá direito ao aluno de estudar em qualquer universidade da União Européia.
Além disso, o corpo docente é formado por estrangeiros e frequentam a escola estudan-tes de várias nacionalidades. Esta característica é muito en-riquecedora, pois o convívio com estrangeiros dá uma visão mais globalizada, ampliando a diversidade cultural e favore-cendo a troca de experiências. Qual a importância do aprendizado de outra lín-gua?
No mundo globalizado em que vivemos, falar apenas a língua madre é pouco. Se esta-mos formando jovens cosmo-politas, temos que prepará-los para enfrentar situações adver-sas e para um mercado de
tra-balho cada vez mais competi-tivo. Falar outros idiomas abre as portas para os jovens. Sabemos que o aprendizado de outra língua é muito natural para crianças e com metodolo-gia eficaz é fácil também para os adultos. Por isso, além do ensino do italiano desde a edu-cação infantil, incluímos tam-bém o aprendizado do inglês. As crianças aprendem com atividades criadas
especial-mente
para que elas absorvam o idioma de forma natural e prazerosa.Quais são os planos para o futuro?
Estamos em fase de continuar arrumando a casa e nos estru-turar para alcançar nossa meta. Em três anos a escola
interna-cional teve
um crescimento
de mais de 45%, muito
aci-ma da média das escolas do
país. Isto é resultado de um
esforço de organização
in-terna, gestão mais eficaz dos
recursos e o trabalho junto
ao corpo docente.
tr
ans
late
Edoardo Pacelli
educação
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Francesca Calligaro
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La Musa della GIOSTRA DEI GOL di
RAI ITALIA
Quando ho deciso di inter-vistare Francesca Calliga-ro, pensavo, con timore, che ne sarebbe derivata una intervista banale, del tutto scontata. Devo am-mettere che dopo averne letto il curriculum, ho capi-to che mi trovavo di fronte un personaggio veramen-te inveramen-teressanveramen-te e fuori dal comune, tanto da dover ristrutturare lo schema di domande da porle.
Ma chi è France-sca Calligaro? È conosciuta ai più come la presenta-trice, per molti anni, della trasmissione di RAI Inter-national La Giostra dei Gol. L’anno scorso, inaspettata-mente, è stata dirottata su un altro programma, Made in Italy, nel quale ha im-messo tutto il suo talento, non solo di presentatrice, ma anche di osservatrice acuta delle cose encomia-bili che hanno fatto del nostro paese un punto di riferimento importantis-simo nei vari nostri settori di eccellenza. Dal 30 gen-naio la simpatica Francesca è rientrata con molto suc-cesso nei ranghi della Gios-tra presentando la Gios- trasmis-sione del sabato dedicata alle serie A e B del nostro campionato di calcio.
IA - Cara Francesca, che circostanza l’ha spinta a farsi catapultare nel mon-do del calcio, un monmon-do, se vogliamo, frivolo, non es-senziale, considerando la sua preparazione culturale legata ad altri mondi, dalla laurea in Economia e Com-mercio, alla abilitazione
all’insegnamento della lin-gua inglese, alla scuola di dizione e alle attività legate al mondo teatrale e dello spettacolo in generale?
F - Non credo che esistano argomenti frivoli, esistono modi superficiali di trattare qualunque ar-gomento. Il calcio ha una sua storia fatta di sacrifici, sudore e passione, sto a proposito leggendo un bel libro sui 50 anni della FGC lega dilettanti, é bellissi-mo; il momento dello show del marketing e del denaro a palate interviene sopra-tutto nel terzo millennio, ed oggi inevitabilmente que-sto sport muove una gran fetta di economia, anche a livello televisivo questo ha un grande peso. Il mio av-vicinamento al mondo del calcio é dovuto ad una se-rie di coincidenze, vi anno-ierei, ma ci tengo a ricor-dare mio padre, prima un grande giocatore, poi un esperto e un appassionato. Seguire questo sport, ora che lui non c’è più, me lo fa sentire più vicino. Sicura-mente lui mi segue tutte le settimane! Quando avevo tre anni mi regaló un paio di scarpini, era un segno..
IA - Una domanda indiscreta. Come è potu-to riuscire ad una ragazza nata e cresciuta in Friuli, di concepire e realizzare il film “Con amore, Rossana” in napoletano antico?
F - Con amore Rossana è stato il lavoro piú appassionante di tut-ta la mia vitut-ta, se dovessi scegliere tra tutti i modi
di comunicare la regia é senz’altro il più completo, il napoletano antico é stata una complicazione note-vole (acting coach per due mesi, prove lunghe) ma un’inevitabile
c
onseguenza della scelta di presentare il film sul mercato america-no, e devo dire che ha fun-zionato, abbiamo vinto un sacco di premi! Il film Con amore, Rossana é stato scritto da tre donne (Calli-garo, Boschi e Ghzzoni) e diretto a quattro mani da me e Paula Boschi.IA - Come si concilia il suo amore per lo spettaco-lo, come autrice di testi o come regista, con la con-duzione di un programma dedicato al calcio?
Io amo comunicare, è que-sto il mestiere che ho scel-to, anzi, che fortunatamen-te ha scelto me. Fare una foto, una regia, recitare una poesia o intrattenere un pubblico in tv sono espres-sioni molto diverse tra loro ma che io considero tutte parte della mia istintiva vo-glia di raccontare il mondo filtrato attraverso le mie emozioni. Da alcuni é con-siderato egocentrismo, io penso che in questo modo il mondo risulta molto più vario e divertente.
IA - Il suo passaggio dalla Giostra al programma Made in Italy è stato da lei considerato un avanza-mento professionale, una specie di premio? Anche se probabilmente l’audien-ce di Made in Italy è stata senz’altro minore rispetto a quella della Giostra, non
pensa che questo sia stato un tipo di programma più impegnativo e, per questo, più gratificante?
F - Ad agosto il curatore della Giostra ha deciso che io e Simona sa-remmo state un costo ec-cessivo e inutile e così ci ha escluse dalla trasmssione. Momento duro, quando ad agosto pensi di iniziare di li a poco e poi non accade. É andata così. Per fortuna il nuovo direttore Renzoni ci ha ripensato. Il passaggio fino alla Giostra del Saba-to é avvenuSaba-to con una tra-smissione deliziosa (non tutto il male viene per nuo-cere) che ho fatto volentie-ri e con la quale ho scoper-to luoghi e realtá deliziose della nostra Italia.
IA - La Giostra del Sabato rappresenta un pri-mo passo per il ritorno de-finitivo al programma della domenica?
F - Per me é senz’al-tro importante il passaggio dopo 5 anni di calcio alla conduzione da sola (sia A o B) e lo devo al nuovo di-rettore che mi stima molto, fortunatamente. Il campio-nato di B é un’ottima pale-stra, è piú complesso e va-riegato di quello della A; mi piacerebbe passare alla do-menica, tutti sono piú rilas-sati davanti alla tv e si sta in compagnia di quello che io considero il mio pubbli-co e la mia grande famiglia nel mondo. Magari arrive-ranno un sacco di richieste per e mail...chissá!
Edoardo Pacelli
intervista
ITALI
A NEL
MONDO
Inicialmente os desfiles de
carna-val na Sapucaí eram sempre
linka-dos a algum escândalo envolvendo
pouquíssima ou nenhuma roupa,
aliás, alguns carnavalescos se
tor-naram famosos na década de 80
e 90 por causarem polêmica
di-minuindo cada vez mais o tapa
sexo... E muitas vezes ele nem
mesmo existia. Ou era eliminado
no decorrer dos desfiles.
Algumas alas das escolas possuíam
integrantes que trajavam
modeli-tos sem muito tecido, mas muimodeli-tos
adereços que roubavam o olhar do
público para o todo da fantasia,
compondo assim com muitas
co-res alegco-res e movimentos
frenéti-cos a arquitetura do carnaval.
Os ornamentos arquitetônicos se
resumiam as plumas e paetês,
cha-péus, resplendores e adereços em
pontos estratégicos disfarçando a
quase nudez do corpo.
Suas vestimentas pontuam os
pul-sos, pescoço, costas e cabeça, e não
escondem o que todos querem ver
as lindas musas que fazem à alegria
do carnaval e criam vida na
ave-nida, tornando a festa ainda mais
bela.
Não importa a quantidade de
te-cido empregado na confecção de
fantasias.
Podendo usar tudo, desde as mais
ornamentadas com brilhos e
pe-dras até as mais simples...
A reciclagem de materiais também
é notada no carnaval entre as
esco-las que usam garrafas pet e copos
descartáveis para decorar alguns
carros e muitas alas tem suas bases
dentro da sustentabilidade e
rea-proveitamento de materiais.
Os anos se passaram e as fantasias
e sambas evoluíram, carros
alegó-ricos hoje são animados com
pes-soas em movimento que constrói
um belo visual que muda a cada
instante, um tema muito presente
este ano na Escola de Samba
Uni-dos da Tijuca. Esta mesma
apos-tou com tudo na evolução, na
mu-dança, na rapidez de movimentos
e trocas de roupas como passe de
mágica. Isto transformou a escola
em vencedora absoluta do
carna-val e tornando seu carnacarna-valesco o
mais novo sucesso no que diz
res-peito a construção de uma
alego-ria vanguardista.
A apresentadora e atriz Babi
Xa-vier desfilou como musa da escola
de samba Mocidade
Independen-te de Padre Miguel e sua maratona
foi de muita disciplina, força de
vontade, malhação para agüentar
o ritmo frenético da Avenida
com-pondo o quadro arquitetônico da
sua escola.
A arquitetura também está
expli-cita nos camarotes das escolas de
samba como é o caso do
decora-dor Chico Vartulli que a quatro
anos providencia todos os quesitos
necessários para um camarote
dig-no de um presidente, ele dig-nos conta
como foi a sua empreitada na
Uni-dos de Vila Isabel.
“É preciso muita determinação e
força de vontade, pois tem
mui-tos obstáculos pela frente e dá um
bom conforto aos convidados.
para agradar os diretores a
deco-ração tem que ter muito
envolvi-mento com o enredo da escola”
Diz Vartulli.
A Atriz Vera Gimenez nos brilha
no carnaval carioca desfilando na
Grande Rio a vinte anos seguidos
e diz: “cada ano é uma surpresa,
mas o ano que eu fiquei
maravi-lhada foi quando sai a 1ª vez no
carro jardim suspenso da babilônia
em 1982, criação do Joãozinho 30
para a escola de samba Beija Flor
de Nilópolis”.
Segundo Vera todo carro alegórico
é seguro se for feito como se deve,
mas em termos de destaque o que
mais se destaca não é o carro mais
rico, nem mesmo o maior, e sim
os mais criativos.
Outro ponto importante para
que uma escola se torne campeã
é que as pessoas se preocupem em
aprender o samba enredo da escola
que estão compondo, e não se
pre-ocupar tanto em aparecer na TV,
apenas lutar para dar o melhor de
si para tornar sua escola campeã.
Fotos gentilmente cedidas
pelo fotógrafo Igor Rodrigues.
A Arquitetura
do Carnaval
arquitetura italo-brasileira
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IA – Simon Khoury,
o Senhor é
conside-rado um dos maiores
conhecedores da
mú-sica popular
brasilei-ra, pode contar aos
nossos leitores como
nasceu seu
relacio-namento com a
Bos-sa Nova?
SK - Sem nenhuma
pretensão, posso
fa-lar de cadeira porque
fui testemunha
ocu-lar, auditiva e
emo-cional do
surgimen-to desse movimensurgimen-to
que surgiu no Brasil,
no Rio de Janeiro, em
princípio no final da
década de 50 e
ala-strou pelo mundo,
chamado de Bossa
Nova. Com 18 anos,
apaixonado pela
mú-sica clásmú-sica, trilhas
sonoras compostas
por gênios,
come-cei a me aproximar
de um som inovador
praticado por
nume-rosos trios que
sur-gira (piano, baixo e
bateria) que se
apre-sentavam nos bares
e boates do RO, São
Paulo e Belo
Horizon-te, principalmente:
Bossa Rio, Tamba Rio
e outros. Tive a
pa-chorra de ir assistir
Maysa lançando a
Bossa Nova na
Ar-gentina e Leny
An-drade no México, e
só não fui prestigiar
Marcos Valle, em Los
Angeles, porque
en-fiaram na minha
ca-beça que lá poderia
acontecer um
ter-remoto a qualquer
momento. Era
figu-rinha fácil nos vários
bares como Bottles
Bar, Beco das
Garra-fas e outras. Na
te-levisão não perdia o
programa “O fino da
Bossa” e, mais
tar-de, “Dois na Bossa”
comandado pela
du-pla Elis Regina e Jair
Rodrigues. Logo a
Bossa Nova me
con-quistou. Foi atrás de
todos os talentos e
fiz uma série de
en-trevistas com todos
seus expoentes.
IA – Este ano a
Bos-sa Nova completa 60
anos. Ainda é atual?
SK A Bossa Nova vai
fazer 60 anos. Será?
Este
movimento
que se alastrou pelo
mundo a partir de
1961 e que a mídia,
alguns
pesquisado-res e críticos
costu-mam apontar
Anto-nio Carlos Jobim e
João Gilberto como
líderes e
“desco-bridores” teve uma
série de precursores
já na década de
trin-ta. Em 1931, um dos
mais
importantes
compositores
brasi-leiros, Noel rosa, já
se utilizava da
pala-vra “bossa” num dos
seus sambas “Coisas
Nossas”;
IA - O que significa
“bossa”?
SK - Pode ser alguém
com atributos
joco-sos, ou quem se
uti-liza de um modo
pe-culiar de fala ou agir,
ou alguém
talento-so, e, também, uma
pessoa que procura
inovar. Bossa Nova
é, foi, um
movimen-to caracterizado pela
renovação, indo de
encontro ao lugar
comum e ao dó de
peito baseado numa
inovação
rítmica,
melódica e
harmôni-ca, onde o artista se
manifesta de modo
suave, pausado,
su-til, onde a
sensibili-dade se aliava com
a cura di Edoardo Pacelli
a técnica. Nos anos
quarenta, o
violoni-sta Valzinho (1914
– 1980) já
compun-ha suas canções de
modo insólito,
sur-preendendo, assim
como Custódio Mês
quita (1910 – 1945)
autor de inúmeros
clássicos, o homem
dos sete
instrumen-tos,
Garoto,
que
tranquilamente
se
expressava com o
banjo, violão,
cava-quinho,
bandolim,
paulista que nasceu
em 1915 e faleceu
em 1955, o pianista
Vadico (Oswaldo
Ga-gliano) parceiro do
Gênio Noel Rosa, e
muitos outros. Todos
esses homens, sem
saber, estavam
de-sbravando caminhos
que vieram desaguar
na bossa nova. Até
que em 1951, um
negrinho pobre,
pia-nista, que vivia de
favores, filho de uma
empregada
domésti-ca, empolgou o
Bra-sil com seus sambas
elétricos,
efusivos,
irônicos e
apaixona-dos, mesclando
De-Simon
Khoury
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música
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O mais profundo conhecedor da
ITALI
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Simon Khoury entrevista Tom Jobim e, em baixo, Elis Regina
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bussy, Ravel, Vivaldi,
com Oscar Petterson,
Errol Garner, Bill Evans,
deu o pontapé inicial e
inconscientemente
reu-niu todos os grandes
músicos que levaram
a bossa nova para o
mundo. Não custa
lem-brar que Tom Jobim e
João Gilberto não
per-diam qualquer chance
de segui-lo onde
esti-vesse se apresentando.
Numa entrevista feita
com Johnny Alf, este é
o cara, ele me revelou
que não seria o que é
se não tivesse bebido
nas fontes e Debussy,
Tchaikovsky, Ernesto
Nazareth, este um dos
maiores compositores
que o Brasil produziu.
Dois anos depois
acon-teceu o célebre
concer-to de bossa nova no
Carnegie Hall de Nova
Yorque, espetáculo que
causou muita polêmica
pela ausência de
John-ny Alf, João Donato,
Vi-nicius de Moraes,
Mar-cos Valle e pela falta de
experiência de alguns
interpretes. Tom Jobim,
por exemplo, depois
de cantar um minuto
“Corcovado”, pediu
li-cença à platéia para
re-começar, Roberto
Me-nescal esqueceu a letra
de “O Barquinho” de
sua autoria com
Ronal-do Bôscoli e NormanRonal-do
Santos simplesmente
cantou sem
microfo-ne! Com tudo isso o
público adorou e foi ao
delírio com as
apresen-tações de Tom Jobim,
Sergio Mendes, Carlos
Lyra, João Gilberto,
en-tre outros. Luiz Bonfá
interpretando “Manhã
de Carnaval” foi um
negócio a parte. Foi tal
a repercussão que os
maiores músicos e
can-tores norte-americanos
se incorporaram de
corpo e alma à bossa
nova.
IA – Mas quem eram
estes músicos?
SK – Não costa
lem-brar que a maioria dos
músicos
bossanovi-stas pertencia à classe
média: estudantes de
arquitetura, direito,
en-genharia, jornalismo e
eles começaram a se
apresentar em clubes
da Zona Sul, depois
conquistaram os
subúr-bios e eram a atração
das mansões dos
mi-lionários e de
persona-lidades e, em seguida,
de boates, algumas
também chamadas de
“inferninhos”.
musica
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60
anos de bossanova
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di Edoardo Pacelli
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IA – Simon Khoury,
lei è ritenuto uno dei
maggiori conoscitori
della musica
popo-lare brasiliana, può
raccontare ai nostri
lettori come è nato
il suo legame con la
Bossa Nova?
SK – Senza alcuna
presunzione
posso
parlare a
proposi-to perhé sono staproposi-to
testimone
oculare,
uditivo e emozionale
della nascita di
que-sto movimento che è
sorto in Brasile, a Rio
de Janeiro, alla fine
degli anni 50 e che
si diffuse nel
mon-do, chiamato
Bos-sa Nova. A 18 anni,
appassionato per la
musica classica e
per le colonne
sono-re composte da geni
della musica, sono
stato attratto da un
suono
innovatore
praticato da
diver-si Trii che
nasceva-no, formati da
pia-no, basso e batteria
e che si esibivano
nei bar e nei night
di Rio, San Paolo e
Belo Horizonte, tra
questi: Bossa Nova,
Tamba Rio e altri.
Ho avuto la fortuna
di seguire Maysa che
presentava la
Bos-sa Nova in Argentina
e Leny Andrade nel
Messico, ma non ebbi
il coraggio di
presti-giare Marcos Valle a
Los Angeles, perché
mi infilarono in testa
che vi sarebbe potuto
succedere un
terre-moto in qualsiasi
mo-mento. Mi si poteva
facilmente
incontra-re nei vari bar come
Bottles Bar, Beco das
Garrafas tra gli altri.
In televisione non
perdevo nessun
pro-gramma legato alla
Bossa come “Due
nella bossa”
presen-tato da Elis Regina
e Jair Rodrigues. La
Bossa Nova mi ha
conquistato subito e
ho rincorso i vari
ta-lenti facendo una
se-rie di interviste con
tutti i suoi esponenti.
IA – Quest’anno la
Bossa Compie 60
anni. È ancora
attua-le?
SK – La Bossa Nova
completa 60 anni.
Sarà? Questo
movi-mento che si è
dif-fuso nel mondo dal
1961 e che i media
ed alcuni ricercatori
sono usi a indicare
Antonio Carlos Jobim
e João Gilberto come
leader e
“scoprito-ri” ebbe una serie di
precursori già negli
anni 30. Nel 1931,
uno dei più
impor-tanti
compositori
brasiliani, Noel Rosa,
utilizzava il termine
“bossa” in uno dei
suoi samba “Coissa
Nossa”.
IA - Ma cosa significa
“bossa”?
SK - Può indicare
qualcuno dalla
an-datura giocosa, o chi
“
“
Il più profondo conoscitore della
musica leggera brasiliana
Simon
Khoury
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Vadico
musica
►
usa un modo
pecu-liare di parlare o di
agire, o qualcuno
ta-lentoso e, infine, una
persona innovatrice.
La Bossa Nova è ed
è stato un
movimen-to caratterizzamovimen-to dal
rinnovamento,
an-dando contro i luoghi
comuni, il do di
pet-to, basandosi su una
innovazione ritmica,
melodica e
armoni-ca, dove il musicista
si esprime in maniera
soave, compassata,
sottile, dove la
sen-sibilità si allea alla
tecnica. Negli anni
40, il chitarrista
Val-zinho (1914 – 1980),
componeva già le sue
canzoni in
manie-ra insolita,
sorpren-dendo, così come
Custódio
Mêsquita
(1910 – 1945)
auto-re di numerosi
clas-sici, o come l’uomo
dei sette strumenti,
Garoto, che
suona-va indifferentemente
banjo, chitarra,
ca-vaquinho,
mandoli-no, o, infine, il
piani-sta Vadico (Oswaldo
Gagliano) compagno
di Noel Rosa, (figlio
di emigranti
italia-ni del quartiere del
Brás, a San Paolo,
apparteneva ad una
famiglia nella
qua-le tutti e sette i suoi
fratelli erano
musi-cisti), e molti altri.
Tutti questi,
inconsa-pevolmente stavano
aprendo il cammino
che sarebbe
sfocia-to nella Bossa Nova,
quando, nel 1951,
un povero negretto,
pianista che viveva
di piccoli favori, figlio
di una servetta,
con-quistò il Brasile con
i suoi samba
elettri-ci, espansivi, ironici
e appassionati,
mi-schiando
Debussy,
Ravel, Vivaldi, com
Oscar Petterson, Errol
Garner, Bill Evans, diede
il calcio iniziale e,
inco-scientemente, riunì
tut-ti i grandi musicistut-ti che
poi divulagrono la bossa
nova per il mondo. Vale
la pena ricordare che sia
Jobim che Gilberto, non
si lasciavano scappare la
possibilità di
seguirlo ovunque si
stes-se prestes-sentando. In una
intervista a Johnny Alf,
questo è il nome del
mu-sicista, questi mi rivelò
che non sarebbe
diven-tato quello che era, se
non si fosse abbeverato
nelle fonti di Debussy,
Tchaikovsky,
Ernesto
Nazareth, quest’ultimo
uno dei maggiori
musi-cisti che il Brasile abbia
prodotto. Due anni dopo
avvenne il concerto
nel-la Carnegie Hall di New
York, spettacolo che
de-stò una grande polemica
pela assenza di Johnny
Alf, João Donato,
Vini-cius de Moraes,
Mar-cos Valle e per la
scar-sa esperienza di alcuni
interpreti. Tom Jobim,
per esempio, dopo aver
cantato per un minuto
“Corcovado”, chiese alla
platea il permesso di
ri-Simon Khoury con Johnny Alf, em cima
trans
late
Edoardo Pacelli
cominciare; Roberto
Me-nescal si dimenticò il
te-sto della sua canzone “O
Barquinho” e Normando
Santos cantò
semplice-mente senza microfono.
Malgrado tutto, il
pubbli-co adorò e delirò pubbli-con le
esecuzioni di Tom Jobim,
Sergio Mendes, Carlos
Lyra, João Gilberto, tra gli
altri. Luiz Bonfá nella
in-terpretazione di “Manhã
de Carnaval” fu um
suc-cesso a parte. La
riper-cussione fu cosi grande,
che i più grandi musicisti
e cantanti americani si
gettarono di corpo e
ani-ma sulla bossa nova.
IA – Ma chi erano questi
musicisti?
SK – Dobbiamo
ricorda-re che la maggioranza
dei musicisti
“bossano-viani”
appartenevano
alla classe media:
stu-denti di architettura,
legge, ingegneria,
gior-nalismo che iniziarono a
presentarsi nei club della
Zona Sul (quartieri nobili
di Rio), poi
conquistaro-no le periferie ed
era-no l’attrazione nelle
case dei milionari e
delle personalità e,
in seguito, dei night,
alcuni dei quali erano
chiamati “infernini”.
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F I L O S O F I A
Escrito por
Olavo de Carvalho
Olavo de Carvalho
Olavo de Carvalho é filó-sofo, escritor e jornalis-ta e atualmente escreve para o jornal Diário do Comércio da Associação Comercial de São Paulo. É autor de vários livros, incluindo O Jardim das Aflições, O Imbecil Cole-tivo, O Futuro do Pensa-mento Brasileiro, entre outros. Além de ser fundador e editor-chefe do MídiaSemMáscara.
F
LIBERDADE
E
ORDEM
Em todo sistema político, a liberdade é sempre e exclusi-vamente a margem de mano-bra repartida entre os vários agentes dentro da ordem ju-rídica existente; que a ordem é a condição possibilitadora da liberdade, e não esta daquela, como se vê pelo simples fato de que pode existir uma ordem sem muita liberdade, mas ne-nhuma liberdade fora da or-dem - exceto num hipotético e aliás autocontraditório “estado de natureza”. A ordem pode in-spirar-se no desejo de ampliar a margem de liberdade até o máximo possível, mas não há por que confundir entre o ideal inspirador de uma construção e os elementos substantivos que a compõem. Por definição, a or-dem, qualquer oror-dem, da mais libertária à mais autoritária, não é um sistema de franquias e sim de obrigações, restrições e controles. Simone Weil já observava,com razão, que cada direito assegurado a um ci-dadão nada mais é do que uma obrigação imposta a outros - e fora disso é apenas um flatus
vocis. Uma ordem liberal, ou mais ainda libertária, só pode ser concebida como um sistema complexo de controles ideal-mente recíprocos (checks and balances) destinado a limitar a liberdade de todos, de modo que a de um não se sobreponha à dos outros: a liberdade do agente individual é a margem que sobra no fim de todas as subtrações de parte a parte. Que a noção é problemática e um tanto paradoxal, revela-o o fato de que o mesmo pro-cesso legisferante necessário à preservação das liberdades pode se tornar opressivo quan-do os direitos proclamaquan-dos são muitos e os controles criados para a sua manutenção geram o crescimento ilimitado da bu-rocracia judicial, policial e ad-ministrativa. Mas, afinal, nen-huma ordem é perfeita nos seus próprios termos. A ordem to-talitária, oprimindo os de baixo, concede aos de cima uma liber-dade ilimitada que desemboca no caos e na destruição mútua dos potentados.