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Nel nome di Cristo e sotto l’egida di Lutero. Scelta divina e opere umane nell’utopia di J.V. Andreä

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Nel nome di Cristo e sotto l’egida di Lutero.

Scelta divina e opere umane nell’utopia di J.V. Andreä

Maurizio Cambi

Università degli studi di Salerno (Italia)

Riassunto

Nella Reipublicae Christianopolitanae descriptio (1619), il pastore luterano J.V.

Andreä dà vita ad un'esclusiva comunità di giusti personalmente selezionati dalla

"Religione [...] riunendo fra i suoi seguaci quelli che riteneva i più fedeli". Questa scelta fa in modo che l'electa civitas rappresenti, al tempo stesso, un modello di perfezione (al quale i "corrotti" cattolici non possono ambire) e un richiamo ad un maggior rigore per i protestanti.

L'essere stati predestinati dall'Altissimo fa dei Cristianopolitani anche degli eccellenti amministratori ("coloro che emergono con il favore di Dio, che è il primo motore di tutte le virtù, devono essere onorati per il rispetto stesso di Dio e impiegati nella conduzione degli affari"), i quali, in ogni settore, prestano la loro opera per soddisfare le (esigue) necessità materiali della laboriosa consociazione. Ma, a ben vedere, non è l'efficienza dell'organizzazione sociale (frutto di un encomiabile impegno) l'aspetto del quale i Cristianopolitani sono più orgogliosi. È piuttosto la perfezione personale - di cui la loro vita è specchio - la quale si manifesta mediante un'adesione totale e incondizionata alle indicazioni evangeliche. Per loro ciò che conta è "temere Dio e amare il prossimo, che è il fondamento della legge divina come della società umana".

Parole chiave

Andreä, Lutero, utopia.

Maurizio Cambi est professeur d'Histoire de la philosophie et d'Histoire de la philosophie de la Renaissance à l'Università degli studi di Salerno. Auteur de plusieurs études sur les figures et les thèmes de la philosophie moderne, on retrouve parmi ses livres Il prezzo della perfezione. Diritto reati e pene nelle utopie dal 1516 al 1630 (1996); La machina del discorso. Lullismo e retorica negli scritti latini di Giordano Bruno (2002); I tempi delle città ideali. Saggi su storia e utopia nella modernità (2006); Musica medicina magia. Saggi su Ficino e Campanella (2010).

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Escolha divina e obras humanas na utopia de J.V. Andreä

Maurizio Cambi

Università degli studi di Salerno (Itália)

Resumo

Na Reipublicae Christianopolitanae descriptio (1619), o pastor luterano J.V.

Andreä dá vida a uma comunidade de cidadãos justos, selecionados pela "religião [...] reunindo os seguidores que considerava mais fiéis". Esta seleção, a civitas electas, representa, ao mesmo tempo, um modelo de perfeição (a que os corruptos católicos não podem aspirar) e um apelo a um rigor maior para os protestantes.

A predestinação faz com que os cristianopolitanos sejam excelentes administradores ("aqueles que emergem com o favor de Deus, que é o principal motor de todas as virtudes, devem ser honrado pelo respeito desse mesmo Deus e empregados na condução dos negócios"), os quais, em todos os setores, trabalham para atender a (pequenas) necessidades materiais da laboriosa associação. Mas, observando melhor, não é a eficiência da organização social (fruto de um louvável empenho), o que mais orgulha os cristianopolitanos, e sim a perfeição pessoal - refletida em suas vidas - que se manifesta mediante uma adesão total e incondicionada às indicações do Evangelho.

Para eles, o que conta é "temer a Deus e amar ao próximo, o que é fundamento da lei divina e também da sociedade humana".

Palavras-chave

Andreä, Lutero, utopia.

Maurizio Cambi é professor de História da Filosofia e História da Filosofia do Renascimento na Università degli studi di Salerno. Autor de diversos estudos sobre figuras e temas da filosofia moderna, alguns de seus livros são Il prezzo della perfezione. Diritto reati e pene nelle utopie dal 1516 al 1630 (1996); La machina del discorso. Lullismo e retorica negli scritti latini di Giordano Bruno (2002); I tempi delle città ideali. Saggi su storia e utopia nella modernità (2006); Musica medicina magia. Saggi su Ficino e Campanella (2010).

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97 Nel Nome di Cristo e sotto l’egida di lutero

MORUS - Utopia e Renascimento, n. 8, 2012 Un naufrago "predestinato"

A

l sito utopico – com’è noto – si arriva sempre per caso. Quando si tratta di un’isola (come nella maggior parte dei casi nella letteratura moderna di questo tipo) è generalmente un naufragio a favorirne la scoperta. Ubicata in un angolo ignoto del mondo, l’isola ospitante la comunità ideale resterebbe sconosciuta se non ci si imbattesse in essa a causa di una tempesta che confonde la rotta dell’imbarcazione sulla quale viaggia il narratore.

Rispetta tale canone narrativo anche la vicenda del navigatore giunto salvo, sopravvivendo ad uno spaventoso tifone, alle sponde della misteriosa Cafarsalama; isola sulla quale è stata edificata – come suggerisce l’etimo ebraico – la città della pace1.

La Reipublicae Christianopolitanae descriptio, scritta dal pastore luterano J.V. Andreä (pubblicata a Strasburgo nel 1619), racconta di un uomo interiormente lacerato ed ormai estraneo ad un mondo egemonizzato dalla tirannide, dalla sofisticheria e dall’ipocrisia2; un uomo vagante senza meta alla ricerca di un diverso orizzonte per riscattare la sua esistenza priva di senso.

Pur di perseguire tale scopo, egli affronta – a tal punto è giunta la sua disperazione – mari notoriamente ostili e insidiosi accettando il rischio di imbattersi in fortunali e bufere. Una di queste investe in pieno la sua nave. La violenza delle onde, gonfiate dalle "tempeste dell’invidia e delle calunnie", è tale che dopo il passaggio dell’uragano non resta, del natante, che qualche legno. Parte del numeroso equipaggio annega tra le acque mentre i più fortunati sono dispersi e trascinati dalle correnti verso lidi lontani. "Alcuni vennero inghiottiti dai flutti, altri si persero nella vastità immensa, altri ancora, quelli che sapevano nuotare o che trovarono il sostegno di una tavola, furono trasportati verso le isole disseminate nel mare". Sembra quasi che le forze naturali, di concerto, abbiano operato per tenere lontani i naufraghi dall’isola. Tutti, tranne uno. "Pochissimi scamparono alla morte" – racconta il pellegrino-narratore – "e io solo, senza alcun compagno, approdai alla fine ad un piccolissimo isolotto, quasi un semplice lembo di terra"3.

È legittimo nutrire il sospetto che l’intera vicenda del superstite sia la rappresentazione drammatizzata della teoria luterana della predestinazione.

Tra i molti alla partenza, pochi giungono alla meta. Solo uno, nel nostro caso, è degno – in quanto scelto e destinato da Dio alla salvezza celeste – di varcare le mura della città4.

Alcuni significativi indizi presenti nell’opera rendono più che probabile questa interpretazione.

Al centro dell’isola – di forma triangolare evocante l’occhio divino o la trinità – sorge la città di Cristianopoli abitata da una popolazione rigorosamente selezionata dalla Religione in persona. Questa raccolse – come su un’arca riservata solo ai giusti – "quelli che riteneva i più fedeli fra i suoi seguaci" sottraendoli alle brutture del mondo insano. Dopo averli riuniti costruì per loro una città da considerare – a buon diritto – "la dimora o [...] il baluardo della verità e della bontà"5.

1 Andreä, 1983, pp. 95-96;

Trousson, 2001, p. 98. Per le notizie sull’autore e sul testo si rimanda alla densa Introduction (pp. 1-141) di E.H. Thompson alla traduzione dell’utopia andreana in lingua inglese da lui curata (Andreä, 1999).

2 Andreä, 1983, p. 95.

3 Ibidem.

4 Montgomery, 1973, p. 123;

Quarta, 1986, pp. 80-81.

5 Andreä, 1983, p. 97.

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Per evitare ogni contatto con il mondo corrotto, la città, cinta da mura invalicabili e munita di torri di controllo, sbarra le sue porte a chiunque giunga, grazie ad una serie di casuali combinazioni, alle coste dell’isola. Solo a chi può provare di possedere la stessa limpidezza d’animo degli abitanti dell’isola, è concesso il permesso di permanere tra i Cristianopolitani.

Ed è proprio ciò che accade al pellegrino scampato alla tempesta.

Dopo esser stato sottoposto ad una rigorosissima indagine (sulla professione esterna e sui costumi, sulla costituzione corporea, e sulla cultura) – necessaria per "dimostrare di non essere uno di quelli che i cittadini della comunità non avrebbero tollerato fra loro"6 – il viaggiatore viene accolto nell’electa civitas.

Nelle parole pronunciate dagli esaminatori vi sono accenni allusivi alla predestinazione del naufrago e al suo approdo non certo occasionale. Uno di questi è quanto mai è esplicito in proposito; gli dice, infatti, che "senza dubbio" egli è giunto presso di loro "sotto la guida di Dio". Addirittura, lo riconosce come appartenente alla comunità dei prescelti: "E se davvero Dio ti governa tanto da renderti libero e pressoché esente dalle leggi umane, non dubitiamo che tu sia già dei nostri e che tale resterai in eterno"7. Anche l’ultimo dei tre giudici riscontra che la stessa purezza alberga negli indigeni e nel naufrago. Egli "quasi esultando, disse: – Tu sei dei nostri, tu che ci porti un passato ineccepibile, lavato com’è stato dal mare stesso. Resta solo da pregare Iddio, che con il suo sacrosanto stilo incida su di te quelle cose che alla sua sapienza e bontà sembreranno salutari per te"8.

La nuova vita del naufrago sarà contraddistinta (come accade per la comunità) da una convinta sottomissione alla volontà divina. Più che un incontro, sembra un ricongiungimento. Il pellegrino, smarrito e disorientato dalle vicissitudini della vita, ha finalmente trovato la rotta e un porto accogliente e sicuro. Nell’essere accolto in seno alla comunità egli coglie un segno inconfondibile dell’amore e della predilezione di Dio. Cristianopoli è il simbolo della meta più ambita dal naufrago (la consapevolezza di essere un eletto) dopo un viaggio turbinoso (nell’interiorità) che non contempla spostamenti spaziali9.

Vita da archetipi (luterani)

Nella città il pellegrino trova una comunità che opera assumendo, quale guida dell’azione, i principi della catechesi del "dottor Lutero", celebrato come un vero eroe per la sua battaglia vincente contro le forze di Satana; demonio supremo del quale il papa romano e la sua chiesa sono potenti manifestazioni. I Cristianopolitani riconoscono valore solo alla legge evangelica e subordinano totalmente la politica all’illuminazione divina. In tal modo sono al sicuro dal peccato e dal male. 'Alimentandosi' di "grandissima religione"10, essi – nella prospettiva dell’autore – rappresentano un canone di tale limpidezza morale al cui paragone risaltano con più evidenza le meschine corruzioni dei cattolici romani. Ma gli abitanti della città di Cristo hanno anche (e forse soprattutto) il compito di esercitare un richiamo ad un maggior rigore per i confratelli luterani che, ad un secolo dallo scisma con Roma, mostravano qualche allarmante segno di stanchezza nel seguire i severi

6 Ivi, pp. 97-98: "Il prefetto [...] m’invitò gentilmente a dimostrare di non essere uno di quelli che i cittadini della comunità non avrebbero tollerato tra loro, ma avrebbero rimandato indietro:

mendicanti, ciarlatani, istrioni che si dilettano nell’ozio, curiosi che si affannano a cercar cose insolite, fanatici che non hanno nessun sentimento sicuro di pietà, mescolatori di droghe che disonorano la chimica, impostori che falsamente si denominano 'Fratelli Rosacroce', e altri simili tarli delle lettere e dell’umanità, che questa città non ha mai cessato di guardare con sospetto". Andreä include tra gli indesiderati anche i Rosacroce forse per sviare i sospetti di chi lo riteneva autore dei celebri manifesti.

Sulla vicenda si vedano almeno:

Manuel, 1979, pp. 289-295;

Edighoffer, 1981, pp. 211-239;

Edighoffer, 1982-1987; Das Erbe des Christian Rosenkreutz, 1988. Di particolare interesse è il saggio di Dickson, 1996, pp.

760-802 (poi confluito in larga parte nel secondo e nel terzo capitolo del volume The Tessera of Antilia. Brill, Dickson, 1988). Per una lettura in chiave rosacrociana dell’utopia di Andreä: Yates, 1976, pp.

173-181.

7Andreä, p. 98.

8 Andreä, p. 99.

9 Sulla metafora del viaggio, sia consentito rimandare al mio saggio dal titolo

"Un viaggio 'organizzato' verso Cristianopoli. Utopia e predestinazione in J.V.

Andreä", in: Viaggi in Utopia, 1996, pp. 109-119.

10 Andreä, 1983, p. 101.

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99 Nel Nome di Cristo e sotto l’egida di lutero

MORUS - Utopia e Renascimento, n. 8, 2012 precetti introdotti dal Riformatore. L’indiretto 'rimprovero' contenuto nel

testo non riguarda la materia religiosa ma il contegno ritenuto indecoroso per il popolo protestante. Gli abitanti di Cristianopoli – nota il naufrago svelando implicitamente i veri destinatari del messaggio – non hanno "nulla di diverso dalla nostra confessione, quella che chiamiamo augustana; infatti costoro non disapprovano la nostra confessione ma i nostri costumi"11.

Andreä, a seguito della lettura dell’opera moreana e della Città del Sole di Campanella (e forse del De Eudemonensium Respublica Commentariolus di K. Stüblin12), deve aver ritenuto che un genere di successo come l’utopia, fosse assai indicato per diffondere il suo modello di comunità luterana perfetta. Soprattutto a Campanella (verso il quale nutriva profonda stima, sebbene vi fosse tra i due un’insanabile distanza dovuta all’interpretazione teologica) egli intendeva – forse – contendere il primato della vera cristianità polemizzando col frate calabrese sul piano della scrittura utopica. Se la sua città avesse retto il paragone con la comunità dei Solari egli avrebbe in qualche modo destituito di fondamento i giudizi espressi in numerosi luoghi nei quali il frate calabrese dichiarava che "la religione luterana e calvinista e de’ seguaci [...] è sommamente odiosa allo stato civile, e di quello distruttrice"13..

Questa scelta di campo, ai limiti della propaganda, fa in modo però che Andreä attribuisca ai cittadini della 'sua' comunità ideale, caratteri tali da renderli abitanti anomali per una terra utopica.

Già la premessa di una popolazione interamente selezionata dalla Religione compromette la fedeltà del testo andreano ai principi del genere utopico.

L’utopia dovrebbe rappresentare una felice provocazione indicante al mondo reale il processo e le oculate misure, attraverso la realizzazione delle quali la civitas giunge gradualmente alla perfezione. Nell’Utopia di More, ad esempio, nel tempo che separa la conquista di Utopo dalla visita di Itlodeo – circa 1140 anni, se prestiamo fede agli annali conservati negli archivi dell’isola – gli Utopiani da "gente rusticana e rozza" sono diventati un popolo che ha conseguito "un tal grado di civiltà e costumatezza da superare quasi ogni altro mortale"14.

A Cristianopoli, invece, la bontà e la felicità della comunità non sono frutto di una conquista umana perseguita attraverso la pratica di una corretta pedagogia, di un’economia comunitaria, di una concreta eguaglianza etc. I Cristianopolitani non hanno la necessità di sforzarsi per raggiungere la perfezione morale; essi la possiedono già a-priori, in quanto prescelti dall’Altissimo. Da questa loro condizione deriva la bontà degli atti che compiono; poiché – come scrive Lutero – "bisogna che il valore della persona preceda i suoi atti e che le pratiche buone seguano e siano frutto della persona buona"15. Insomma: è il buon albero a produrre buoni frutti.

Ciò però comporta che nell’opera di Andreä il paradigma collaudato delle utopie sia capovolto. Non è attraverso un processo di perfezionamento progressivo degli individui che si giunge alla migliore organizzazione sociale ma, al contrario, è da individui 'naturalmente' buoni che deriva la migliore comunità possibile. "I cittadini di quest’ottima città non hanno voluto

11 Ivi, p. 179. Al proposito:

Trousson, 2001, p. 103.

12 Neeb, 1999, pp. 141-144;

Comparato, 2005, p. 94. Sulla vicenda della diffusione in Germania del testo manoscritto de La città del Sole, si veda Firpo, 1979, pp. 77-118; Firpo, 1947, pp. 45-46. De Mas, 1983, pp. 357-375 (in particolare, pp.

360-365).

13 Campanella, 1911, p. 100.

14 Moro, 1979, p. 169.

15 Lutero, 1984, p. 39.

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che il sommo bene dimori altrove che nel loro petto. Siccome poi costoro non vogliono che questo sia un bene immaginario, credono e riconoscono Cristo come quello per il cui amore sono uniti fra loro da perfetta amicizia, sono ordinati secondo perfetta verità, posseggono una perfetta civiltà, sono pervasi da perfetta generosità e (per dirlo in breve) sono nobilitati da perfetta umanità"16.

Inutile, dunque, cercare nei tomi che raccolgono "i fasti, le leggi e gli atti pubblici della città", le memorie di un pregresso imperfetto: gli abitanti della città di Cristo hanno sempre vissuto indefettibilmente nella verità. Nei documenti non ci sono citazioni di atti turpi poiché essi sono incapaci di commettere il male.

Non ci si lasci fuorviare dalla presenza, nell’organizzazione della consociazione, di un codice penale e un sistema giudiziario. Si tratta degli esiti di quella mania enciclopedica dell’utopista che intende fornire tutte le risposte (anche solo probabili) ad ogni esigenza della comunità. Inoltre:

è sempre possibile, pur non entrando in contrasto con la visione luterana, commettere qualche colpa senza compromettere la salvezza dell’anima. In fondo "bisogna confessare che la carnalità umana non può mai essere scacciata abbastanza"17 e che, quindi, va sempre tenuto sotto controllo "l’Adamo che è in noi"18. Ma è un’eventualità che non si manifesta mai concretamente nella candida consociazione dei Cristianopolitani, dove i giudici restano inoperosi per assenza di reati ("delle pene: non se ne fa alcun uso dove c’è il santuario di Dio in una città eletta"19). Il capitolo sui legislatori serve ad Andreä per ribadire, secondo quale gerarchia di valori giudicherebbero – nel caso se ne presentasse l’occasione – i togati della città: essi punirebbero

"più severamente quei misfatti che sono direttamente indirizzati verso Dio, più leggermente quelli che offendono gli uomini, e in modo leggerissimo quelli che danneggiano le cose esterne"20. Ma, di fatto, i giudici sono inutili ("con tutto il rispetto per i giureconsulti devo dire che non c’è bisogno di costoro per i nostri cristianopolitani"). Nella città di Cristo nessuno avverte la necessità di nuove leggi né di consulti per interpretare le poche norme vigenti. I giureconsulti hanno anche "una loro stanza" ove esercitare la loro funzione, "sebbene sia piuttosto onorifica che necessaria"; ma, disoccupati per mancanza di procedimenti ("non vi sono cause, né coloro che le patrocinano"21), trascorrono il loro tempo illustrando ai giovani le edificanti

"varie forme di onestà ed equità" presenti nel diritto romano.

Lutero, dietro la maschera di More

Andreä, persistendo nell’obiettivo di veicolare nelle forme dell’utopia i contenuti legati alla teologia luterana, svuota di significato le laboriose opere umane descritte minuziosamente nel testo.

Dal piano razionale dell’organizzazione delle attività e dalle scelte della comunità scaturiscono, per gli autori ai quali Andreä si ispira (More, Campanella, Stüblin), le condizioni necessarie perché la comunità sia felice.

Quel progetto rappresenta il contributo critico offerto dall’utopia al presente storico (inviato ai posteri – scriveva Luigi Firpo – come un "messaggio nella

16 Andreä, 1983, p. 167.

17 Ivi, p. 111.

18 Ivi, p. 128.

19 Ivi, p. 111. Lutero, nel suo trattato Sull’autorità secolare, aveva scritto che il popolo pervaso dalla grazia divina "non ha bisogno del diritto né della spada secolare": "là non sono possibili liti e contese, non sono necessari giudizi, giudici, castighi, diritto né spada, per cui il diritto e la spada non avrebbero proprio niente da fare tra i cristiani; infatti questi spontaneamente farebbero assai più di quel che non potessereo esigere tutte le leggi e le norme, secondo quanto dice san Paolo (I Tim I, 9): 'Non al giusto è posta la legge, sibbene all’ingiusto'" (Lutero, 1952, pp.

401-402).

20Andreä, 1983, p. 112.

21 Ivi, p. 175.

22 Firpo, 1986, pp. 801-811.

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101 Nel Nome di Cristo e sotto l’egida di lutero

MORUS - Utopia e Renascimento, n. 8, 2012 bottiglia"22). Tuttavia, per essere credibile – pur nel contesto della finzione

– la 'ricetta utopica' dovrebbe essere fondata sulle capacità e sull’ingegno degli uomini. Essa dovrebbe inscriversi, verosimilmente, in un perimetro umano alieno da interventi divini.

Nella comunità di Cristianopoli, invece, tutte le scelte e i comportamenti dei membri sono ispirati da Dio. Chi visita la città è favorevolmente impressionato dall’attività febbrile dei suoi abitanti. Dentro le mura è tutto un fervore di arti e mestieri. Al pari degli Utopiani e dei Solari, i Cristianopolitani sono industriosi e conseguono, ognuno nel proprio ruolo, risultati egregi. Essi, però, con le loro opere, non esaltano le virtù umane e le affermazioni dell’acutezza e della volontà. È la "piccola scintilla della Divinità davvero superstite dentro di noi" – riconosce il narratore – ad indirizzare ogni azione in modo da "risplendere in qualunque materia le si offra"23. Perfino l’alacrità con la quale affrontano le fatiche quotidiane non è dovuta all’entusiasmo di chi è consapevole di collaborare al raggiungimento della felicità collettiva, ma – ancora una volta – al favore divino: "costoro attendono ai loro lavori in modo tale, che sembra che il loro fisico ne riceva piuttosto beneficio che danno. [...] E chi potrà dubitare che dove Dio è propizio ogni cosa venga fatta con più forza e zelo [...] ?"24.

Di converso, è buona norma, nella città di Cristo, "tenere in disdegno l’inutile vanteria dell’ingegno umano"25 per non dimenticare quanto trascurabile sia il valore dell’esperienza terrena. Perfino coloro i quali svolgono ruoli di responsabilità nel governo della città, non hanno ragione di inorgoglirsi poiché emergono "con il favore di Dio, che è il primo motore di tutte le virtù". Ai migliori, dunque, si deve riguardo soltanto "per il rispetto stesso di Dio" che li ha resi tali. Chi governa è predestinato a farlo poiché "il fatto di eccellere sugli altri non è realizzazione umana [...] ma è dovuto alla distribuzione celeste"26.

Insomma, non c’è conquista, dell’individuo o della specie, che non si debba all’Altissimo. Consapevoli di ciò, i Cristianopolitani nutrono e coltivano un interesse assai modesto per la storia universale (mentre tengono in gran conto la storia della Chiesa e la 'storia patria'). Presso la città c’è una fornitissima biblioteca che desterebbe l’invidia di tutti i bibliofili del mondo reale perché conserva, nei suoi ordinati scaffali, anche i volumi che altrove sono creduti irrimediabilmente perduti27. Ma gli abitanti della città di Dio non se ne curano più di tanto: essi leggono (e rileggono) solo gli stessi "pochi libri, ma efficaci". Non è una sorpresa scoprire che "la più grande autorità per costoro è quella delle sacre lettere o del Libro divino; il solo pregio concesso agli uomini per dono divino e che riconoscono pieno di inesauribile mistero; il resto lo giudicano quasi tutto un mucchio di frottole"28.

Nei confronti della cultura i Cristianopolitani hanno un atteggiamento controverso. Ai giovani viene impartita un’educazione basata sulle discipline del trivio e del quadrivio. A tali insegnamenti aggiungono:

la metafisica, la teosofia, l’etica, etc.

Ma, a quanto pare, restano estranei ai valori di quelle nobili artes che dovevano predisporre l’animo alla virtù e rendere liberi gli individui29. Essi

23Andreä, 1983, p. 107.

24 Ivi, p. 109.

25 Ivi, p. 134.

26 Ivi, p. 113.

27 Nella città si trova "una biblioteca di ingenti dimensioni, con i prodotti di infiniti ingegni, divisa per classi e per materie. Tutto ciò che per noi si crede che sia andato perduto io lo trovai là quasi senza eccezione, con mia grandissima sorpresa" (Ivi, p.

133).

28 Ivi, p. 134.

29 Garin, 1957, pp. 87-88.

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temono proprio questi effetti; temono, cioè, che dall’accresciuta conoscenza possa derivare una pericolosa autonomia e la conseguente tentazione di affrancarsi dal divino.

Studiano la retorica ma non prendono a modello l’oratoria classica degli antichi poiché sono convinti che "non c’è maestro d’eloquenza più perfetto di Colui che ha fatto la lingua. Un ammirevole esempio di ciò è la Sacra Scrittura che non risuona nelle orecchie degli uomini, ma penetra nel cuore". Per loro è sufficiente seguire il testo sacro e parlare "in modo sincero, modesto e assennato" per sopravanzare "Cicerone"30.

I Cristianopolitani si comportano analogamente quando si accostano alla filosofia. Tra le partizioni di essa, nutrono un interesse profondo per la metafisica; questa, "scienza che fa astrazione da ogni cosa concreta e vola su fino ai primi enti", 'educa' meritoriamente gli uomini a "sottrarsi alle cose terrene". Approfondendo la scienza dei principi primi essi, infatti, imparano più agevolmente a contemplare "il vero, il bene, il bello, l’uno, l’ordine, e simili enti, con tanto maggior successo in quanto hanno aggiunta la luce divina. Là dove i filosofi hanno brancolato nel buio, è lecito consultare il sole divino e ascendere verso quel Dio noto che rimase sconosciuto ai pagani"31. In quest’ottica perfino gli scritti di Aristotele sembrano fatiche inani di un

"omiciattolo come noi": "le meravigliose opere di Dio [...] lo ricoprono di vergogna"32.

In fondo – è loro incrollabile convinzione – "soltanto i cristiani hanno la conoscenza, ma questa proviene da Dio; mentre gli altri raccontano sciocchezze, perché quella viene da loro stessi"33.

Quando effettuano qualche scoperta nei vari campi della scienza (sono esperti di fisica, matematica, astronomia, medicina etc.) sono felici perché i loro ritrovati miglioreranno la vita dei consociati. La ragione principale della loro soddisfazione, però, risiede nell’aver mostrato a tutti i mezzi mediante i quali "l’ottimo Creatore" ha voluto beneficiare l’uomo "sia con le creature sia con l’uso delle creature stesse"34.

Il "vero" altrove

Chi volesse, ingannato dalla "forma utopica" dello scritto, cercare nel testo andreano un suggerimento specifico per migliorare le società reali, resterebbe deluso. L’unica indicazione per salvaguardare la vita della comunità è: abbandonarsi all’Altissimo ("se Dio è propizio, la città è salva, ma se Dio è adirato, la città è perduta"35). È scontato, dunque, che quei purissimi abitanti della città di Cristo non siano interessati ai rimedi della politica36 così cangianti e legati ai tempi, alle opportunità e alle fasi della storia, né credano che dalle iniziative degli uomini possano derivare motivi di vera felicità. Ogni loro attenzione è rivolta alla vita eterna, al benessere dell’anima e a riconoscere ispirazione e presenza divina dietro le propizie opere dei singoli. Cristianopoli, più che un modello di città ideale o un archetipo da imitare, rappresenta uno spaccato della vita che gli eletti trascorreranno, per l’eternità, in compagnia di Dio.

I Cristianopolitani, infatti, "adeguano su questa terra ogni

30 Andreä, 1983, p. 150.

31 Ivi, p. 153.

32 Ivi, p. 154.

33 Ivi, p. 131. Abida l’erudito, uno dei triumviri che governano la città, si occupa "del governo delle scienze umane" ed è riconosciuto da tutti come l’uomo più sapiente della collettività. Egli è così descritto dal naufrago: "Lo si credeva a conoscenza di quasi tutto, e tuttavia nella sua somma modestia si professava ignorante d’ogni cosa. Per lui non c’è bisogno della decorazione dei titoli accademici, come per i suoi colleghi. Diceva che aveva tratto profitto negli studi ascoltando le lezioni dello Spirito Santo. Quando gli chiesi quale fosse il complesso della sua cultura, egli nominò Cristo e Cristo crocifisso, in Lui ogni cosa trova la sua relativa perfezione" (ivi, p. 130). Cfr., al proposito, Trousson, 2001, p. 102.

34 Andreä, 1983, p. 175. Sui temi dell’importanza della cultura per i Cristianopolitani:

De Mas, 1982, pp. 69-70;

Sommer, 1996, p. 127-129;

Dulmen, 1978, p. 182.

35 Andreä, 1983, p. 128.

36 Trousson, 1992, p. 50.

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103 Nel Nome di Cristo e sotto l’egida di lutero

MORUS - Utopia e Renascimento, n. 8, 2012 comportamento con lo sguardo rivolto alla patria celeste, così si dedicano

a innalzare lodi a Dio con maggior diligenza e alacrità che in qualsiasi altra occupazione. Felici e molto saggi sono coloro che anticipano qui i primi frutti della vita da vivere in eterno, mentre più disgraziatamente stupidi sono coloro che limitano tutta la loro vita a questa mortalità piena di sofferenze"37.

Riferimenti bibliografici

ANDREÄ, J. V. Descrizione della Repubblica di Cristianopoli e altri scritti. E.

De Mas (ed.). Napoli: Guida, 1983.

ANDREÄ, J. V. Christianpolis. Dordrecht: Kluwier 1999

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COMPARATO, V. I. Utopia. Bologna: Il Mulino, 2005.

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Referências

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