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Religião Implícita: culto ao bronzeado

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Academic year: 2021

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Pino Lucà Trombetta**

Resumo: partindo do conceito de “religião implícita” tratado por A. Nesti, o artigo

abor-da um dos principais costumes abor-da socieabor-dade italiana: o culto ao bronzeado. Disseminado pelos meios de comunicação, é oferecido um caminho para se sair da insegurança, tanto por considerar que o bronzeado possua um sen-tido de salvação quanto por indicar práticas para se obter algum resultado. Argumenta-se que, se esses discursos, oscilando entre o sério e o fútil, obtêm grande audiência, é porque reproduzem, em formas mistificadas, argumentos de natureza religiosa. À medida que o corpo se torna o lugar privilegiado para investimento e sua salvação acaba substituindo a antiga preocupação com a salvação da alma, tudo o que se necessita para melhorá-lo assume o caráter de uma meta final para a qual vale a pena se dedicar a si mesmo e correr o risco.

Palavras-chave: Religião implícita. Bronzeamento. Corpo.

L

’introduzione da parte di Nesti (1985) negli anni ottanta del concetto di “religione implicita”, ha avuto l’importante effetto di stimolare indagini che non si limitas-sero a considerare la religione di chiesa. Secondo un’impostazione fenomenolo-gica, egli individuava infatti il nucleo più autentico del sentimento religioso nelle pratiche e nei sistemi culturali per il cui tramite gli agenti sociali costruiscono il “significato” della propria vita. Pratiche e credenze che si collocano per lo più al di fuori della religione dottrinale e di chiesa in senso stretto (NESTI, 1985). Tale categoria incoraggiò il mio studio, alla fine degli anni novanta, sul bricolage

religioso (TROMBETTA, 2004). Stimolando altre questioni: fino a che punto si può estendere la categoria di religione implicita? Vanno incluse in essa le ri-RELIGIÃO IMPLÍCITA:

CULTO AO BRONZEADO*

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* Recebido em: 18.08.2013. Aprovado em: 30.01.2014.

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tualità e le mitologie del consumo, dello sport, della cura di sé? E ancora: quale influenza hanno queste ritualità profane sulla “religione”, come tradizionalmente intesa dalla sociologia, in quanto relazione – sia pur allentata o contraddittoria – dell’individuo con un’istituzione e col soprannaturale?

Da un lato, infatti, è lecito chiedersi se per alcuni i “trascendimenti” permessi dal con-sumo non siano in tutto o in parte sostitutivi di un trascendimento più radicale e quindi, se nelle società contemporanee ci sia – contrariamente a quanto sos-tengono gli oppositori della teoria della secolarizzazione – una complessiva minore domanda di religione. Dall’altro lato, possiamo chiederci se e come le ritualità del consumo di massa modifichino le aspettative religiose in senso stretto, innestandovi componenti individualistiche, edonistiche, di ricerca del benessere.

FONTI E CREDENZE DEL CULTO DELL’ABBRONZATURA

I rapporti fra religione e marketing sono spesso analizzati considerando l’uso da parte dei pubblicitari di simbologie religiose interiorizzate e facilmente riconosci-bili, in grado di attrarre l’attenzione per il loro utilizzo “improprio” (NAR-DELLA, 2012). Tuttavia la principale risorsa che la religione rappresenta per il mondo del consumo sta altrove: in una relazione intima che questo instaura con quella, assumendone le forme (ritualità, trascendenza, strutture discorsi-ve, percorsi di perfezionamento) senza esibire il legame. In tal modo la forma “religiosa” non è percepita dal pubblico, che crede di partecipare a una banale operazione “materialista” di acquisto di beni e servizi e rimane inconsapevole delle ragioni del coinvolgimento. Accennerò di seguito a uno dei principali ri-tuali della società italiana: il culto del Sole e dell’abbronzatura, delineando al-cune piste di analisi che potrebbero essere utili in una prospettiva sociologica. Quello dell’abbronzatura è un culto di massa stagionale: inizia e giugno e si intensifica

fino a estinguersi, a fine agosto, collegandosi idealmente a rituali arcaici che celebrano il trionfo del Sole sulla morte e il gelo invernali. (Per alcuni prosegue fuori stagione, in forma individuale, nei centri estetici). Come ogni culto ha i suoi testi di riferimento, divinità, icone, etica e ritualità. Le fonti da cui gli adepti traggono ispirazione consistono in materiale esplicitamente pubblicitario di fab-bricanti di prodotti “balneari” (creme, filtri solari, costumi da bagno) e in servizi giornalistici, apparentemente neutrali, nei media e nelle riviste “femminili”. In essi si mescolano informazioni scientifiche – interventi di medici, dermatologi, pediatri, oncologi, psicologi – e direttive che orientano il comportamento, alter-nando l’informazione disinteressata e gli interessi delle aziende.

Il culto prevede opposizioni di valori, vizi e virtù. Si prenda l’incipit di uno dei tanti articoli giornalistici sul tema:

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Bisogna ammetterlo. Una carnagione lunare dona solo a Nicole Kidmann. Tutte le altre sono indubbiamente più belle quando sfoggiano un bel colorito bronzeo1

Alla base troviamo una verità considerata talmente evidente da non aver bisogno di spiegazioni: la superiorità del corpo ben abbronzato rispetto alla pelle bianca che ciascuno si porta dietro dall’inverno. Questo postulato (tutte le altre sono

indubbiamente più belle) instaura una gerarchia facilmente riconoscibile per-ché scritta sulla pelle – in primo luogo delle donne – che consente di distingue-re i corpi desiderabili, di un bel colorito bronzeo dalla massa di quelli pallidi o male abbronzati che, per opposizione, saranno brutti. La presunta evidenza di questa verità relega coloro che non l’accettano al rango di “eretici” la cui perversione si manifesta nella minore desiderabilità della loro carnagione.

Bi-sogna ammetterlo! Quale persona normale negherebbe che un corpo bronzeo

doni più di un corpo pallido?

L’ideale estetico contiene un imperativo e obbliga a impegnarsi. Non si parla, infatti, di un’abbronzatura dovuta a semplice esposizione al Sole, fonte di scottature, inestetismi e rischi per la salute, ma di colorito bronzeo: un’espressione che evoca sfumature, tonalità armoniose ottenute con un lavoro tenace e discipli-nato.

LA VIA PENITENZIALE

Il culto dell’abbronzatura si fonda sull’insicurezza antropologica – alla base dell’investimento religioso – che nelle società contemporanee assume connotati estetici e si traduce in insicurezza della propria immagine. In tal senso esso può rientrare nella defini-zione di “religione invisibile” di Luckmann (1969) il quale, mezzo secolo fa, indi-viduava nella cura di sé, della sessualità, della mobilità sociale, la forma prevalente di trascendimento del dato biologico nelle società moderne.

Il culto, propagato nella comunicazione di massa, offre una via di uscita dall’insicurezza, da un lato caricando di significati salvifici l’abbronzatura, dall’altro indican-do ritualità e pratiche per ottenere il risultato. Nel far ciò i suoi propagatori utilizzano strutture discorsive di derivazione religiosa. Si pensi, ad esempio, al ruolo paradossale attribuito, nel brano citato, a Nicole Kidmann – o, in al-tri testi, a altre star indicate come casi di donne già perfette nel loro candore (Kate Moss, Cate Blanchett, eccetera). Il loro esempio potrebbe infatti, con-vincere qualcuna della non necessità di sottoporsi alla disciplina necessaria a ottenere quella “bellezza” che metta a riparo dall’insicurezza. Il rischio è neutralizzato collocandole in una sfera sovraumana, di fatto irraggiungibile per le comuni mortali. Nicole Kidmann non ha bisogno di cercare di

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miglio-rare il suo aspetto perchè incarna una bellezza assoluta: un ideale estetico che obbliga tutte le altre a darsi da fare per conquistare ciò che lei ha già. Senza sperare di raggiungerla. La bellezza stagionale – ottenuta con investimento di tempo, denaro per l’acquisto di servizi balneari e pazienza nelle code in auto-mobile, con un’esposizione calibrata ai raggi solari e l’uso sapiente di creme filtranti – non può infatti competere con quella elargita una volta e per sempre all’icona cinematografica. Un dono che la colloca al di sopra delle altre: nella sfera lunare.

L’ipotesi che sostengo è che, se questi discorsi ondeggianti fra serietà e frivolezza ot-tengono ampio ascolto e stimolano pratiche di massa, è perché riproducono, in forma mistificata, argomentazioni di tipo religioso. Non è difficile a mio parere rintracciare nel discorso sull’abbronzatura l’eco di discorsi familiari, come la dottrina cattolica del peccato originale: una colpa ancestrale che, determinando fragilità e incertezza della salvezza, obbliga il credente all’espiazione nel corso della vita. Così come, nel ruolo semidivino attribuito a Nikole Kidmann si può intravedere la simbologia dell’Immacolata Concezione: di una Donna che, es-sendo concepita senza il peccato originale, non ha bisogno di lavarlo con la peni-tenza; la cui perfezione, sebbene irraggiungibile, stimola tutti gli altri a elevarsi.

AMBIVALENZA DEL SOLE

Un culto adeguato alla società tecnologica non può basarsi su credenze irrazionali. Deve avere una base oggettiva, soprattutto se riguarda il corpo, oggetto pri-vilegiato di investimento simbolico. Per questo l’esposizione rituale al Sole – fonte dell’abbronzatura – viene collegata a un guadagno evidente. Si consideri il seguente brano.

In più, il sole vanta benefici a livello psicologico, perché stimola la sintesi di endorfine, le molecole della felicità o meglio del buonumore.

Alla base non c’è solo la credenza nella superiorità dell’abbronzatura sulla carnagione bianca, ma la capacità dell’Astro di concedere energia e felicità. Legittimato dal consenso della scienza, il culto solare può presentarsi non più solo come strumento per migliorare l’aspetto estetico, ma come via per il raggiungimen-to di un benessere globale: una sorta di salvezza, sia pur stagionale.2 Inserita

all’interno del sistema di culto, tuttavia, la componente scientifica subisce una metamorfosi. Le endorfine assumono un significato che va oltre la loro effi-cacia biochimica e svolgono un ruolo analogo a quello della grazia conces-sa, soprattutto nel cattolicesimo, a chi si rivolge alla divinità rispettandone i precetti. Solo chi si espone nei modi prescritti ai raggi solari avrà accesso ai

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benefici a livello psicologico e quindi alla felicità o almeno al buonumore. Il perseguimento del colorito bronzeo si lega quindi al benessere della persona: non è esibizionismo ma desiderio di redenzione.

Le divinità non sono solo benefiche. La stessa potenza che dà vita e felicità può dare morte e perdizione. Simile al dio Shiva, con lo stesso movimento di danza irradiante il Sole porta sia la salvezza estetica e psicologica sia la malattia e perfino la morte, quando mette in moto i processi del melanoma – su cui per lo più sorvolano i testi pubblicitari. Le due nature – creatrice e distruttiva – non sono separabili: gli stes-si raggi che producono il colorito bronzeo sono acceleratori dell’invecchiamento cutaneo; un dato che di per sé contraddice le promesse iniziali.

Restano, però, innegabili i danni acuti e cronici da raggi Uv. I primi (ustione so-lare ed eritema) vanno attribuiti all’azione degli Uvb presenti nelle ore centrali e più calde della giornata. Il foto-invecchiamento è, invece, un danno cronico indotto dagli Uva. I raggi infrarossi sono i responsabili del riscaldamento della pelle, e sono pericolosi per i capillari e per le vene. I raggi Uvc sono molto pe-ricolosi in quanto possono danneggiare seriamente le cellule.

Rapportandosi a una divinità ambigua come il Sole è vitale imparare a distinguere nella sua (radi)azione – Uv – le diverse componenti: i raggi Uvb emessi nelle ore centrali del giorno durante le quali solo le più esperte – con progressive e ca-librate sedute e un uso sapiente dei filtri – possono osare l’esposizione, quelli

Uva più insidiosi perché agiscono nel lungo periodo, gli Uvc che innestano la degenerazione tumorale, eccetera. Solo se impara a decifrare il suo compor-tamento, facendo tesoro di quanto dicono gli esperti, l’adepto potrà tenerne a bada l’ira e convincerlo a concedere i doni.

LA RELIGIONE DELL’ABBRONZATURA

Le religioni includono una contrattazione con la divinità. È difficile immagi-nare il culto di un dio che sia solo buono. Dai totem tribali che impongono riti e tabù, agli dei omerici assetati di sangue votivo, al dio biblico che minaccia i trasgressori dei suoi precetti, le divinità sono entità da maneggiare con cura. Il Sole non fa eccezione e punisce inesorabilmente chi non si sottopone alle precauzioni di rito. Per chi ha eletto il corpo a oggetto di culto, niente è più disastroso che vedere, sotto i suoi raggi, la pelle rinsecchirsi, diventare arida

e spessa, perdere elasticità, formare le prime rughe.

I raggi Uva agiscono in diversi step. In superficie aumenta la perdita d’acqua, a fronte di un rallentamento del ricambio cellulare. Lo strato corneo diventa più

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arido e si ispessisce. In profondità: le radiazioni ultraviolette colpiscono colla-gene ed elastina che, in particolare dopo i 30 anni, si riproducono sempre più lentamente. Compaiono così le prime rughe.Non solo. La pelle si difende dalle radiazioni, producendo melanina. Ma troppe radiazioni accelerano a dismisura questo processo, con la formazione di macchie, soprattutto in alcune zone più sensibili del viso come fronte, zigomi e contorno delle labbra. E i capillari? Sotto il sole si dilatano e, spesso, non riescono più a restringersi. Così chi è già predisposto, rischia angiomi e couperose.

Un tale elenco dovrebbe indurre qualsiasi persona di buon senso a evitare con cura l’esposizione al sole. L’obiettivo di questi testi è però diverso. La descrizione minuziosa dei rischi che si corrono non intende scoraggiare – si tratta pur sem-pre di messaggi pubblicitari – ma, piuttosto, convincere della necessità di una disciplina, che sarà tanto più eroica e meritoria, quanto più alti sono i rischi (precoce invecchiamento, malattia) e alta la posta in gioco (salvezza estetica). L’obiettivo che essi suggeriscono è di istaurare col Sole un rapporto personali-zzato, quasi mistico, sviluppando una duplice conoscenza: della sua radiazio-ne e della propria capacità di tollerarla, diversa secondo l’età e il tipo di pelle. L’incontro avviene allorché le due energie si compenetrano e l’umano si trascende nel divino senza esserne distrutto. La pericolosità lo rende fatale ed eccitante. Ricambio cellulare, radiazioni ultraviolette, collagene, elastina, melanina, en-dorfine, raggi infrarossi, Uva, Uvb e Uvc: sono termini familiari per un derma-tologo ma che, rivolti al pubblico generico, hanno la funzione di scoraggiare gli incompetenti dal bricolage personale e invitarli ad affidarsi agli “esperti”: professionisti della medicina e pubblicitari che trasformano i dati scientifici in pratiche rituali, indicando i prodotti da adoperare: oli, integratori, vitamine, sali minerali, detergenti; giungendo all’elaborazione di tabelle che, per ogni tipo di pelle, età, tonalità dei capelli e colore degli occhi, prescrivono la crema protettrice da usare prima, durante e dopo l’esposizione, il modo di applicarla sul corpo e indicano per ciascun caso, in base alle condizioni meteorologiche, il numero di minuti e l’orario di esposizione.

Se l’imperativo dell’abbronzatura ottiene vasta accoglienza, lo si deve alla sua forma simil-religiosa. Nella misura in cui il corpo diviene il luogo privilegiato di investimento e la sua “salvezza” sostituisce l’antica preoccupazione per la sal-vezza dell’anima, tutto ciò che serve a potenziarlo assume il carattere di fine ultimo per il quale vale la pena spendersi e rischiare. Come in tutte le vie di salvezza, l’impegno per ottenere il colorito bronzeo determina una gerarchia in base alla virtuosità dei comportamenti: molti infatti sono i chiamati, pochi gli eletti. Tutti hanno la possibilità di avere successo, seguendo le ferree leggi dell’esposizione al Sole, ma, come nella parabola evangelica del seminatore,

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molti rimangono indifferenti. Per questi, la dottrina dell’abbronzatura è simile al seme che, lanciato dal contadino, cade sulla strada e viene mangiato dagli uccelli. Sono coloro – la maggioranza – che non danno molta importanza al discorso e manifestano la loro insensibilità esibendo, anche in piena estate, corpi pallidi o bruciacchiati. Altri iniziano a praticare con buona volontà e qualche risultato ma, sprovvisti di mezzi o sopraffatti da altre preoccupazio-ni, si deconcentrano. Il seme, in questi casi, è caduto fra le pietre e i rovi e la pianta non cresce. Solo quando cade su terreno adatto, l’annuncio produce i suoi effetti. L’obiettivo di ottenere un bel colorito bronzeo richiede infatti pre-disposizione ad accoglierlo e attenta disciplina. È la condizione di quella elite di virtuosi che mostra nell’esteriorità del corpo, l’avvenuta interiorizzazione e messa in pratica della dottrina.

In tal modo, tradizionali strutture narrative, i cui contenuti religiosi subiscono una crisi di plausibilità nella cultura secolarizzata, ritrovano la loro capacità di coinvol-gere e disciplinare i comportamenti.

CONCLUSIONI

L’utilità delle analisi accennate, è molteplice. Innanzitutto esse permettono di instau-rare ponti con altre branche della sociologia (dello sport, del marketing, dei media). Adoperare le categorie della sociologia della religione aiuta a capire le ragioni dell’attaccamento a particolari consumi, difficilmente spiegabile con l’insistenza e i contenuti dei messaggi pubblicitari.

All’interno della sociologia della religione, lo studio di queste ritualità può servire, come accennavo all’inizio, a comprendere le dinamiche della domanda reli-giosa. In molte ricerche si dà per presupposto che il declino della partecipa-zione nelle chiese tradizionali sia compensato dallo sviluppo di altre forme di impegno religioso. In primo luogo nella cosiddetta “spiritualità”: poco istitu-zionale, soggettiva e sincretista, ma pur sempre orientata al soprannaturale. Possiamo però chiederci se e in che senso sia vera l’ipotesi, propria della teoria delle economie religiose, che l’interesse per la religione sia costante in ciascuna società, poiché è ineliminabile il bisogno umano di senso e spiega-zioni ultime (FINKE; STARK, 2000).

Pur ammettendo, in armonia con questa prospettiva, che la “quantità” di domanda sia costante, possiamo chiederci se una parte di essa non sia oggi assorbita da for-me non religiose che rispondono, sia pur provvisoriafor-mente, a profondi bisogni di senso. Dall’accoglimento di questa prospettiva deriva una diversa visione della secolarizzazione. Sul piano soggettivo, essa non consiste solo nel ridi-mensionamento della “religione” come ispiratrice dell’esperienza personale ma, soprattutto, in una redistribuzione dell’investimento nel trascendente: in

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parte nel campo delle religioni o della spiritualità, in parte nelle mitologie del consumo e della cura di sé.

THE “IMPLICIT RELIGION AND THE CULT OF TANNING

Abstract: starting from the concept of “implicit religion” by A. Nesti, the article deals

with one of the major rituals of Italian society: the cult of tanning. Spread in mass communication, it offers a way out of insecurity, both loading the tan-ning with salvific meatan-nings and indicating practices to obtain the result. It is argued that if these speeches, swaying between seriousness and frivolity, get large hearing, is because they reproduce, in mystified forms, arguments of religious nature. To the extent that the body becomes the privileged place of investment and its “salvation” replaces the old concern for the salvation of the soul, everything needed to improve it assumes the character of ultimate end for which it is worth to spend oneself and risk.

Keywords: Implicit religion. Tanning. Body.

Notas

1 Il brano è tratto da uno dei tanti articoli estivi dedicati a questo tema. Poiché la strut-tura di questi testi è sostanzialmente identica e facilmente rintracciabile nella stampa e in rete, non citerò le singole fonti da cui ricavo le argomentazioni alla base di questo scritto. Segnalo solo come esempio di questa letteratura il sito: http://www.glamourage. it/consigli-per-labbronzatura.htm

2 Possiamo anche in questo caso intravedere un’analogia con contemporanei discorsi cattolici, allorché, soprattutto nelle esternazioni dell’attuale Pontefice, si cerca di legittimare la fede nella cultura secolarizzata, ancorandola a presunte “evidenze”. Da un lato alla “ragione”, quindi a una facoltà condivisa da credenti e non credenti, affermando, ad esempio che l’atto di fede è in sé ragionevole o anche razionale, che la fede non è irrazionale, che c’è armonia fra fede e ragione, eccetera. Dall’altro lato alla “natura”, quindi a una realtà in qualche modo “oggettiva”. Su questo punto rimando a: Trombetta (2010).

Referências

FINKE, R; STARK, R. Acts of Faith: explaining the Human Side of Religion. California: University of California Press, 2000.

LUCKMANN, T. La religione invisibile. Bologna: Il mulino, 1969. Ed. originale: The invisible Religion: the problem of religion in modern Society, 1963.

NARDELLA, C. Religious Symbols in Italian Advertising: symbolic appropriation and the Management of Consent. Journal of Contemporary Religion, v. 27, n. 2, p. 217-240, 2012.

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NESTI, Arnaldo. Il religioso implicito. Roma: Ianua, 1985.

TROMBETTA, Lucà P. Sacralità della vita e legge naturale: un’analisi sociologica del discorso cattolico. Intersezioni, n°1, p. 5-26, 2010.

TROMBETTA, P. Lucà. Il bricolage religioso: sincretismo e nuova religiosità. Bari: Dedalo, 2004.

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