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Scienza, sapere umanistico e tecnica nell’Utopia di Thomas Morus

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Academic year: 2023

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Christian Rivoletti

Universität Konstanz (Germania)

1 Queste riflessioni sono nate

in occasione del convegno di studi sul tema Scienza e tecnica nell’utopia e nella distopia organizzato dal Dipartimento di Studi sullo Stato dell’Università di Firenze e dalla Revista Morus. Utopia e Renascimento: ho volutamente mantenuto il dettato nella sua veste originaria concepita per la comunicazione orale, limitandomi ad apportare al testo solo quelle modifiche o aggiunte strettamente

Riassunto

“Utopus me dux ex non insula fecit insulam”: come ricordano i versi della quartina scritta in alfabeto utopiano da Pieter Gilles, Utopia è divenuta un’isola grazie all’operazione artificiale del taglio dell’istmo, compiuta dal suo fondatore. L’atto stesso della creazione della prima comunità utopica moderna rimanda dunque, in modo fortemente allusivo e simbolico, alla trasformazione della natura attraverso le facoltà razionali dell’uomo, attraverso la sua capacità tecnica e il suo lavoro. Nonostante gli studiosi abbiano prevalentemente sottolineato gli aspetti che caratterizzano la civiltà utopiana come “arcaica e pre-scientifica” (Luigi Firpo) e l’atteggiamento di More come improntato generalmente ad un “conservatorismo scientifico” (Edward Surtz), i circoscritti e tuttavia significativi riferimenti del libello moreano alle scienze e alle invenzioni tecniche ci mostrano la presenza di uno spirito aperto e spiccatamente curioso di fronte alle novità scientifiche e tecniche. Dall’invenzione dell’incubatrice alla difesa istituzionale del diritto di accesso di tutto il popolo alle fonti del sapere, da un’alta valorizzazione dello studio dell’astronomia, della medicina e delle scienze naturali all’atteggiamento curioso e pronto all’apprendimento di fronte agli ospiti stranieri (atteggiamento che gli Utopiani condividono con i posteriori abitanti della Città del Sole di Tommaso Campanella e della Nuova Atlantide di Francis Bacon), Utopia esprime un’idea del sapere scientifico e tecnico non solo legata ai più alti valori umanistici del piacere della scoperta, dell’esaltazione della curiositas e dell’attività umana, e della liberazione dell’uomo dalla servitù fisica e materiale, ma anche conforme ad alcuni importanti principi guida dell’idea moderna di progresso scientifico.

Christian Rivoletti (Pisa 1970) è stato membro di un gruppo di ricerca presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e fellow della Alexander von Humboldt-Stiftung presso l’università di Konstanz (Germania), dove insegna attualmente letterature romanze. Al tema dell’utopia ha dedicato una tesi di dottorato di ricerca (Thomas More e la nascita dell’utopia letteraria moderna, 2001), una monografia (Le metamorfosi dell’utopia. Anton Francesco Doni e l’immaginario utopico di metà Cinquecento, Pacini Fazzi, Lucca 2003) e vari contributi in italiano e in tedesco, su riviste (“Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa”, “Intersezioni”, “Rassegna Europea di Letteratura Italiana”, “Revista Morus”, “Romanische Forschungen”) e su volumi collettivi. Si è inoltre occupato dei rapporti tra testi e immagini nel Rinascimento e nel Barocco, di Ludovico Ariosto, di vari autori del XX secolo (tra cui Montale, Tomasi di Lampedusa, Calvino) e di problemi di critica e di teoria della

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1. L’atto di fondazione di Utopia:

l’uomo trasforma la natura

Utopus me dux ex non insula fecit insulam: “il condottiero Utopo, quando isola non ero, mi fece diventare isola”2. L’incipit della quartina scritta giocosamente in alfabeto utopiano dall’amico di Thomas More, Pieter Gilles, ci ricorda come Utopia sia nata grazie ad un’operazione tecnica:

l’artificiale taglio dell’istmo che legava l’isola alla terraferma, operazione voluta dal suo fondatore Utopo, e compiuta grazie alla collaborazione di una vasta moltitudine di uomini.3

L’atto stesso della creazione della prima comunità utopica moderna rimanda dunque, in modo fortemente allusivo e simbolico, all’idea della trasformazione della natura attraverso le facoltà razionali dell’uomo, attraverso il suo sapere, le sue capacità tecniche, la sua operosità. Gli studi hanno sinora prevalentemente sottolineato quegli aspetti che caratterizzano la civiltà descritta nell’Utopia come “arcaica e pre-scientifica”4 e che definiscono l’atteggiamento di More come un atteggiamento generalmente improntato ad un “conservatorismo scientifico”5. Tuttavia, i pur circoscritti, ma significativi riferimenti alle scienze e alle invenzioni tecniche presenti nel libello moreano manifestano uno spirito deliberatamente aperto al progresso del sapere umano e in molti casi spiccatamente curioso di fronte alle novità scientifiche e tecniche.

Nelle pagine che seguono vorrei soffermarmi su alcuni di questi riferimenti, confrontandoli di volta in volta sia con i modelli antichi, che More e i suoi lettori umanisti avevano certamente presenti, sia con i testi utopici che segnano lo sviluppo immediatamente successivo del moderno genere letterario fondato da More. Vorrei partire proprio dalla descrizione del taglio dell’istmo, che More ci offre nelle prime pagine del secondo libro:

Utopo, che [...] seppe condurre quella gente rusticana e rozza a un tal grado di civiltà e costumatezza da superare quasi ogni altro mortale, [...] fece sbancare un istmo di quindici miglia che saldava l’isola al continente e aperse al mare un varco perché circondasse la terra. A quel lavoro non obbligò soltanto gli indigeni (perché non sentissero tale fatica come una vessazione), ma affiancò loro anche tutti i suoi soldati, e così, grazie alla distribuzione dei compiti ad una moltitudine tanto vasta, l’impresa venne compiuta con rapidità incredibile e il successo lasciò sbalorditi e sgomenti i popoli vicini (che da principio si facevano beffe di quell’inutile sforzo)6.

L’impresa dell’intervento artificiale sulla natura viene, all’interno del racconto, affiancata direttamente al processo di civilizzazione della comunità utopica, e vengono sottolineati il metodo della distribuzione equa dei compiti lavorativi e la sorprendente rapidità con cui si svolge l’operazione. L’atto di fondazione di Utopia avviene dunque grazie all’ingegno, alla razionalità e all’operosità umane, sorrette da un principio morale di equità.

Troppo sbrigativamente Luigi Firpo ha accostato questa impresa allo scavo dell’enorme fossato al centro dell’isola di Atlantide, descritto da Platone nel dialogo Crizia, facendo appello alla comune caratteristica,

2 Le citazioni dell’originale latino di Utopia (in seguito riportate sempre in nota, facendo seguire semplicemente al titolo l’indicazione della pagina) sono tratte dall’edizione critica: T. More, Utopia, a cura di E. Surtz, S. J. e J. H. Hexter, in The Complete Works of St. Thomas More, vol. IV, New Haven and London, Yale University Press 1965 (in questo caso: p. 18).

Le traduzioni italiane fanno invece riferimento a T. More, Utopia (1516), a cura di Luigi Firpo, Napoli, Guida editori 19903 (in seguito indicata semplicemente con il nome del traduttore, seguito dal numero di pagina: in questo caso, ad esempio, Firpo, p. 63; l’elegante e ottima traduzione di Firpo è stata tuttavia personalmente riveduta al fine di garantire una più stretta aderenza all’originale, ogniqualvolta mi è parso necessario per esigenze interpretative).

3 Utopia, p. 112; Firpo, pp.

164-165 (il passo relativo all’episodio è riportato più avanti alla nota 5).

4 La definizione è di Luigi Firpo (cfr. Firpo, p. 234, nota 93).

5 Di “scientific conservatism”

riguardo a More, Erasmo e alla cerchia dei loro amici, parla Edward Surtz nel suo commento (cfr. Utopia, p. 472).

6 Firpo, pp. 164-165, corsivi miei. “Utopus […] qui rudem atque agrestem turbam ad id quo nunc caeteros prope mortales antecellit cultus, humanitatisque perduxit […], passuum milia quindecim, qua parte tellus continenti adhaesit, exscindendum curavit, ac mare circum terram duxit. Quumque ad id operis non incolas modo coegisset (ne contumeliae loco laborem ducerent) sed suos praeterea milites omnes adiungeret, in tantam

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“tipica dell’ottimismo utopico” della “supposta capacità di compiere opere pubbliche smisurate”7. Al di là di questa analogia esteriore, risultano invece, a mio avviso, più significative le differenze relative ai modi attraverso i quali la fondazione delle due utopie ci viene descritta.

In Atlantide, i prodotti della fatica e dell’ingegno umano sono completamente immersi in un contesto soprannaturale e divino, nel quale le caratteristiche meravigliose della natura agevolano fortemente il lavoro dell’uomo, quando non lo sostituiscono addirittura8: siamo lontani dall’equilibrato modello costruito da More, che ci mostra una misurata interazione tra caratteristiche naturali, da una parte, e loro avveduto sfruttamento attraverso il sapere e la tecnica dell’uomo, dall’altra. Di Atlantide Platone esalta infatti la fecondità straordinaria del terreno, la ricchezza di metalli preziosi altrove sconosciuti e di frutti mai visti e misteriosamente designati. Inoltre la stessa trasformazione della conformazione territoriale si realizza tramite l’intervento divino di Poseidone:

Il Dio allora fortificò e, tutto intorno, scoscese l’altura [dell’isola] [...], creandovi cinte di terra e di mare, piccole e grandi alternativamente le une intorno alle altre. Due ne fece di terra, tre di mare, tornendole dal mezzo dell’isola, sì che fossero ovunque ad uguale distanza tanto da rendere quel luogo inaccessibile agli uomini, non essendovi ancora a quel tempo né navi, né arte del navigare. Fu lo stesso Poseidone ad abbellire il centro dell’isola;

e fu cosa facile a un Dio. Dal sottosuolo fece scaturire due sorgenti di acqua, l’una calda e l’altra fredda, e dalla terra fece spuntare in abbondanza ogni sorta di piante nutritive9.

E fu cosa facile a un Dio: Platone ci descrive come Atlantide sorga e prenda forma grazie all’intervento divino; al contrario, More mette in scena come l’origine di Utopia avvenga attraverso l’abile trasformazione della natura operata dall’uomo. Utopo infatti non riceve l’isola dalla natura stessa o da un Dio, bensì, come abbiamo visto sopra, la crea artificialmente compiendo l’erculea impresa del taglio dell’istmo. L’atto di fondazione di Utopia implica dunque sì un confronto con l’Atlantide platonica, ma indica al contempo la spia di una direzione completamente opposta a quella del modello antico.

Questo atto di fondazione della prima utopia moderna simboleggia anche l’atto creativo della scrittura, attraverso la quale l’autore installa l’isola nell’immaginario dei propri lettori. Vorrei qui aprire una breve parentesi, per osservare che, conformemente a quanto abbiamo visto sinora, la scrittura di More si basa su un equilibrio ben calcolato tra finzione e razionalità. Come ha mostrato un’intera tradizione di studi critici degli ultimi quarant’anni10, l’opera di More si pone agli inizi di un genere letterario moderno, nel quale si combinano e si fondono perfettamente, in modo assolutamente nuovo e per la prima volta, messaggio politico-sociale e strategie della finzione narrativa11. Va osservato che questo nuovo tipo di finzione e di immaginazione poetica impiegato all’interno del testo viene implicitamente definito dall’autore stesso all’interno del primo libro, attraverso la caratterizzazione del racconto di Itlodeo:

hominum multitudinem opere distributo incredibili celeritate res perfecta, finitimos (qui initio vanitatem incoepti riserant) admiratione successus ac terrore perculerit” (Utopia, p. 112).

7 Firpo, p. 165, nota 9: il passo platonico a cui fa riferimento lo studioso è Crizia, 118 c-d.

8 Per un’analisi più dettagliata di questa dimensione mitica e fantastica propria dell’Atlantide platonica, mi permetto di rimandare a C. rivoletti, L’ambigua eredità di Platone: il rapporto tra arte e utopia nelle lettere preliminari dell’Utopia di Thomas More, in “Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa - Classe di Lettere e Filosofia”, VII (2002), n. 2, pp. 359-397, in part. § 7 (“La dimensione fantastica del Crizia”).

9 Crizia, 113 d-e, corsivo mio (la traduzione è tratta da Platone, Dialoghi politici.

Lettere, a cura di F. Adorno, Torino, UTET 1988).

10 Nella vastissima produzione, mi limito a ricordare solo i seguenti studi, con diretto riferimento all’opera di More:

R. trousson, Voyages aux pays de nulle part. Histoire littéraire de la pensée utopique, Bruxelles, Editions de l’Université de Bruxelles 1975 [trad. it. Viaggi in nessun luogo. Storia letteraria del pensiero utopico, Ravenna, Longo 1992]; V. Fortunati, La letteratura utopica inglese:

morfologia e grammatica di un genere letterario, Ravenna, Longo 1979; A. PetruCCiani, La finzione e la persuasione.

L’utopia come genere letterario, Roma, Bulzoni 1983; P.

Kuon, Utopischer Entwurf und fiktionale Vermittlung.

Studien zum Gattungswandel der literarischen Utopie zwischen Humanismus und Frühaufklärung, Heidelberg, Carl Winter 1986

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[Itlodeo] parlava, e noi evitavamo di chiedergli dei mostri, che sono la cosa meno strana che ci sia. Infatti puoi incontrare quasi ovunque Scille, Celeni rapaci, Lestrigoni divoratori di popoli e simili creature difformi e crudeli, mentre è ben raro incontrare [...] dei cittadini governati da istituzioni sensate e sapienti12.

Il tipo di fantastico presente nei testi dell’antichità, tanto nell’Atlantide platonica, quanto in quell’epos omerico tendenziosamente criticato dallo stesso Platone13, è bandito dal testo moderno di More. In questa implicita e allusiva dichiarazione di poetica, More definisce lo statuto della finzione letteraria della propria utopia, di nuovo in opposizione ai modelli antichi14: coerentemente a quanto abbiamo visto per il taglio dell’istmo, in Utopia non c’è posto per il soprannaturale divino o mitologico; la finzione e l’immaginazione poetica mirano piuttosto a veicolare, in maniera decisamente nuova, una critica razionale del sapere, della politica e della società dell’uomo.

2. Scienza e tecnica nell’Utopia

Torniamo adesso al secondo libro dell’Utopia, per analizzare da vicino il modo, significativamente vivace e penetrante, attraverso il quale More ci descrive una delle invenzioni tecniche degli Utopiani. Si tratta dell’incubatrice, che permette agli Utopiani di migliorare incredibilmente la pratica dell’allevamento del pollame:

Gli addetti all’agricoltura [...] allevano un’infinita moltitudine di polli grazie a un accorgimento sorprendente: le galline infatti non covano le uova, perché queste vengono esposte in gran numero ad una fonte di calore uniforme che le anima e le fa schiudere, e i pulcini poi, non appena usciti dal guscio, riconoscono gli uomini al posto delle chiocce e si mettono a seguirli15.

In questo passo mi sembrano da rilevare due elementi. Il primo è l’attenzione dedicata da More a quelle invenzioni tecniche che possono migliorare e rendere più agiata la vita degli abitanti di Utopia. Accanto all’incubatrice, More ci descrive con cura, ad esempio, il sistema della rotazione dei lavoratori tra città e campagna, e al suo interno sottolinea l’importanza della trasmissione del sapere tecnico, da parte del gruppo di lavoratori rurali divenuti esperti, ai nuovi arrivati16. Come si afferma apertamente, in un passo sul quale ci soffermeremo più avanti, “gli ingegni degli Utopiani, [...], mostrano singolare attitudine alle invenzioni tecniche, che in qualche modo giovino a facilitare gli agi della vita”17.

La seconda osservazione riguarda il singolare dettaglio sul comportamento dei pulcini che usciti dall’incubatrice si mettono a seguire gli uomini, al posto delle chiocce. Mentre la descrizione dell’incubatrice artificiale deriva molto probabilmente dal decimo libro della Naturalis historia di Plinio, va invece ricordato che nella fonte antica questo dettaglio naturalistico manca completamente18. È dunque More ad inserirlo in coda alla descrizione, in una frase che vuole risultare come un’osservazione meramente accessoria, un’aggiunta fatta come di passaggio. Questa osservazione, in verità, oltre

(che offre anche un utile sguardo panoramico sui contributi più importanti relativi alla ricerche di tipo specificamente letterario condotte sulle utopie).

11 Per la novità realizzata da More attraverso l’inedita commistione di generi letterari preesistenti (cronaca di viaggio, satira, trattato politico, ecc.), si veda il contributo ancora fondamentale di W.

vossKaMP, Thomas Morus’

“Utopia”. Zur Konstituierung eines gattungsgeschichtlichen Prototyps, in Utopieforschung.

Interdisziplinäre Studien zur neuzeitlichen Utopie, a cura di W. Vosskamp, Suhrkamp, Stuttgart 1985, vol. II, pp.

183-196. La critica non ha tuttavia rilevato come la novità raggiunta da More contenga un’allusiva ma diretta presa di distanza dal paradigma antico dell’utopia. I due modelli proposti da Platone sanciscono infatti, con precisione quasi simmetrica, proprio quel divorzio tra trattazione razionale del problema politico e immaginazione poetica, che la nuova prospettiva estetica dell’umanista inglese mira ad abolire definitivamente: se nella Repubblica si erige un veto esplicito e autoritario contro qualsiasi riflessione politica che si serva dei mezzi poetici (Repubblica, libro X), nell’Atlantide la dimensione estremamente fantastica e mitica del discorso riduce la descrizione dell’organizzazione politica e sociale dello stato immaginario ad una consistenza estremamente esile. La novità del testo moreano fu significativamente percepita dai primi lettori europei dell’Utopia, che posero esplicitamente un confronto tra il nuovo spazio immaginario e l’antico paradigma platonico (cfr. rivoletti, L’ambigua eredità di Platone: il rapporto tra arte e utopia cit. e, più diffusamente id., Thomas More

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a costituire un esempio eccellente dell’efficace e minuta concretezza che corrobora il realismo della descrizione dello stato immaginario, rappresenta al contempo una testimonianza significativa dell’atteggiamento curioso dell’umanista di fronte alla natura.

Il valore di questa curiositas e della propensione all’indagine empirica, attenta e instancabile, dei fenomeni naturali è uno dei principi fondamentali della comunità utopica, come risulta esplicitamente da un passo importante dell’opera, dedicato alla “scienza medica”, qui intesa nel senso lato di “scienze naturali”:

[Gli Utopiani] ritengono che questo ramo del conoscere sia fra i più attraenti e utili della filosofia; e mentre col soccorso di tale filosofia vanno indagando i segreti della natura, sembra loro non soltanto di trarne un meraviglioso piacere, ma di guadagnarsi gran merito agli occhi del suo autore e fattore, il quale pensano abbia seguito il costume degli altri artefici nell’esporre in bella mostra questa macchina dell’universo, così che l’uomo, il solo essere da lui creato che sia idoneo a così gran compito, possa rimirarla. E tanto più deve essergli caro un indagatore assiduo e curioso, nonché un ammiratore dell’opera sua, rispetto a uno che, ottuso e inerte, ignori un così immenso e stupendo spettacolo, quasi fosse una bestia priva di intelligenza.

Perciò gli ingegni degli Utopiani, esercitati dallo studio, mostrano singolare attitudine alle invenzioni tecniche, che in qualche modo giovino a facilitare gli agi della vita19.

Il brano costituisce una difesa del valore umanistico delle invenzioni tecniche e della scienza, intesa come indagine empirica della natura20. Va osservato che scienza e tecnica non si oppongono per gli Utopiani alla fede in Dio, ma anzi la confermano e vengono addirittura da questa animate.

La posizione di More rispecchia un equilibrio precario, che come sappiamo verrà di lì a poco inevitabilmente rovesciato e travolto dalle posizioni rigide della Chiesa controriformistica, impegnata a reprimere quell’impulso verso la conoscenza insito nello spirito ancora vivo del Rinascimento.

Nell’Italia di metà Cinquecento sarà la stessa fede umanistica nel sapere come strumento di governo morale e civile dell’uomo a vacillare ed entrare in crisi. Anton Francesco Doni, che, com’è noto, apprezza il testo di More e si fa editore della sua prima traduzione italiana, premette alla propria descrizione utopica, nell’opera I mondi (1552), una novelletta, nella quale tre occhiuti uomini di scienza, indovini, abili inventori di marchingegni tecnici ed esperti in giurisprudenza, tentano, tramite il loro sapere, di soggiogare il popolo, e di soddisfare così la loro sete di potere21. Il sapere assume nella novella del Doni una luce negativa, diventando strumento di sopraffazione nei confronti del volgo inerme e ignorante.

Prima di assumere una centralità e una priorità inedite nella precedente tradizione utopica, all’interno di quella cittadella delle scienze che è la New Atlantis di Bacon, il sapere riacquista la sua importanza e il suo ruolo positivo già nell’ultima utopia rinascimentale: la Città del Sole di Campanella. Il filosofo Campanella, allievo e ammiratore di Bernardino Telesio, oppone l’indagine empirica di tradizione umanistico-rinascimentale al sapere libresco, che considera inerte e posticcio, e stabilisce un legame ben

e la nascita dell’utopia letteraria moderna, Tesi di dottorato 2001).

12 Firpo, p. 115. “[Hythlodeus]

disserebat, omissa interim inquisitione monstrorum, quibus nihil est minus novum.

Nam Scyllas et Celenos rapaces, et Lestrigonas populivoros, atque eiuscemodi immania portenta, nusquam fere non invenias, at sane ac sapienter institutos cives haud reperias ubilibet” (Utopia, p. 52).

13 L’allusione all’epos omerico passa attraverso i riferimenti a Scilla e ai Lestrigoni (creature mostruose tratte rispettivamente dai canti XII e X dell’Odissea). Per la critica rivolta da Platone contro il carattere fantastico e irreale delle narrazioni omeriche, il rimando è ovviamente al decimo libro della Repubblica.

14 Per questa e altre analoghe indicazioni di poetica celate nel racconto che si snoda attraverso il primo libro, rinvio a C. rivoletti, Tra poesia, immaginazione e filosofia.

Implicazioni poetologiche nell’

Utopia di Thomas More, in

“Intersezioni”, 26 (2006), pp. 395-414.

15 Firpo, p. 167, corsivi miei. “Agricolae […]

pullorum infinitam educant multitudinem, mirabili artificio.

Neque enim incubant ova gallinae, sed magnum eorum numerum calore quodam aequabili foventes animant, educantque, hi simul atque e testa prodiere, homines, vice matrum comitantur, et agnoscunt” (Utopia, p. 114).

16 “Venti persona di ogni famiglia rientrano ogni anno in città, cioè quelli che hanno compiuto il biennio in campagna, e altrettante, tratte di fresco dalla città, vengono a rimpiazzarle,

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più radicale di quello affermato da More tra conoscenza scientifica e qualità morali e politiche dell’uomo22. Secondo il punto di vista di Campanella, difficilmente condivisibile alla luce dell’esperienza storica acquisita dal lettore odierno, la scienza migliora necessariamente l’uomo, rendendolo non solo più sapiente, ma anche infallibilmente più saggio ed eticamente probo. All’uomo più colto spetta dunque il governo della città del Sole, dal momento che sicuramente “non sarà mai crudele, né scelerato, né tiranno un chi tanto sa”23.

3. La condivisione sociale del sapere e l’idea di progresso

Mi sembrano ancora oggi estremamente attuali due principi relativi alla concezione della scienza, più volte ribaditi da More nella sua Utopia.

Il primo è il diritto di accesso alla scienza e alla cultura per tutto il popolo.

More racconta come in Utopia anche il più semplice dei lavoratori, se dotato di intelligenza e pronto ad impegnarsi, possa venire dispensato in qualsiasi momento dal proprio lavoro per dedicarsi agli studi24. E più in generale, l’intera “costituzione dello Stato è rivolta a questo unico fine primario – leggiamo in un altro passo del testo – che il maggior tempo possibile, compatibilmente con le necessità comuni, sia sottratto al servizio del corpo e consacrato alla libertà e alla cultura dell’animo di tutti i cittadini.

Questo essi ritengono che sia ciò che rende felice la vita”25.

Il secondo principio riguarda l’idea di progresso scientifico, che emerge in vari punti del testo. In un contributo pubblicato nel 1945, Edgar Zilsel riprendeva e discuteva la fortunata tesi di John B. Bury, secondo cui lo spirito scientifico come caratteristica della moderna civilizzazione occidentale appare per la prima volta in modo completo e definito nel pensiero e nelle opere di Bacon26. Senza mettere in discussione la validità di fondo di questa tesi, Zilsel faceva notare però che la concezione moderna del progresso affonda le sue radici sociologiche in quell’ideale di cooperazione tra gli uomini che si sviluppa già nella letteratura e in vari campi del sapere astratto e pratico (matematica, navigazione, cartografia) a cavallo tra Quattro e Cinquecento, in coincidenza con lo sviluppo economico e tecnologico del capitalismo nascente: senza il riferimento a questa storia precedente, non si spiegano gli ideali proclamati per la prima volta con estrema chiarezza da Bacon.

Tre sono a detta di Zilsel i principi inclusi nella moderna definizione dell’“ideale di progresso scientifico”:

1. l’idea che la conoscenza scientifica progredisca attraverso i contributi di generazioni di ricercatori, che procedono correggendo gradualmente le scoperte compiute dai loro predecessori;

2. la convinzione che tale processo non è mai concluso;

3. la convinzione che tale sviluppo, sia esso inteso come fine a se stesso o a beneficio pubblico, costituisce lo scopo reale del vero scienziato (tale convinzione esclude il vantaggio personale e la fama del singolo come scopo finale della ricerca scientifica)27.

in modo da venire istruite da coloro che già si trovano sul posto da un anno e da poter istruire a loro volta quelli che verranno l’anno successivo, perché, se tutti fossero novizi allo stesso modo e inesperti dei lavori agricoli, l’imperizia potrebbe recar pregiudizio agli approvvigionamenti” (Firpo, p. 166-167). Questo il passo nel testo originale: “e quaque famiglia viginti quotannis in urbem remigrant, hi qui biennium ruri complevere.

In horum locum totidem recentes ex urbe subrogantur, ut ab his qui annum ibi fuere, atque ideo rusticarum peritiores rerum, instituantur, alios anno sequente docturi, ne si pariter omnes ibi novi, agricolationisque rudes essent, aliquid in annona per imperitiam peccaretur”

(Utopia, p. 114).

17 Firpo, p. 234; per il testo originale si veda sotto la nota 18.

18 PLINIUS, Naturalis historia, X, 75-76. Il riferimento a Plinio è indicato sia da Surtz che da Firpo (il quale ricorda giustamente che l’incubazione artificiale è menzionata anche nella fantasiosa relazione dei viaggi compiuti da Jean de Mandeville): entrambi osservano come il dettaglio naturalistico derivi dalla passione di allevatore propria di More

19 Firpo, p. 234 (corsivo mio). “[Utopienses] eius cognitionem numerant inter pulcherrimas atque utilissimas partes philosophiae: cuius ope philosophiae dum naturae secreta scrutantur, videntur sibi non solum admirabilem inde voluptatem percipere: sed apud autorem quoque eius, atque opificem summam inire gratiam: quem caeterorum more artificum arbitrantur:

mundis huius visendam machinam homini (quem solum tantae rei capacem fecit) exposuisse spectandam: eoque

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Nella sua rassegna che illustra l’origine di questi principi tra Quattro e Cinquecento, Zilsel non include l’opera di More. Tuttavia, l’idea di progresso del sapere, inteso come processo in sé mai concluso, la disponibilità assidua a migliorare ed estendere le proprie conoscenze tramite il contributo degli altri e, infine, la messa in guardia contro la distorsione della verità a favore della fama e della reputazione personale del singolo sono tre principi presenti, sebbene dislocati in luoghi differenti, nel testo della prima utopia moderna.

Pur non riferendosi al sapere scientifico nel senso stretto della parola, ma piuttosto alla prassi politica, costituisce una spia indicativa dell’attenzione riservata da More a certi processi psicologici, propri del comportamento sociale dell’uomo nei momenti di dialogo e di scambio, un accorgimento adottato dagli Utopiani durante le assemblee politiche:

Per giunta, vige in senato la consuetudine, che nessun argomento venga discusso nel giorno stesso in cui è stato proposto per la prima volta e lo si rimandi invece alla seduta successiva, per evitare che qualcuno, dopo aver sputato fuori alla leggera la prima cosa che gli è venuta in bocca, vada poi escogitando argomenti per avvalorare la propria tesi, piuttosto che quella vantaggiosa per lo Stato, e preferisca così mandare in perdizione l’interesse pubblico piuttosto che la propria reputazione, preda di un pudore tardivo e distorto, per non lasciar capire che sulle prime aveva agito da sconsiderato proprio in una circostanza in cui avrebbe dovuto preoccuparsi di parlare dopo matura riflessione e non precipitosamente28.

Per salvare l’orgoglio e la reputazione personale, l’uomo tende a chiudersi su se stesso e a difendere la propria opinione di fronte alle critiche altrui, anche se si accorge che queste sono fondate e che in realtà la propria posizione è errata e nuoce alla pubblica utilità. Dietro la descrizione dell’antidoto messo in pratica dagli Utopiani, è facile immaginare che si nascondano l’osservazione empirica e l’esperienza dello statista More, che doveva aver avuto agio di riflettere su quanto questa elementare tendenza psicologica risultasse diffusa nella società e su quanto potesse rivelarsi pericolosa per la collettività. Così, l’escamotage della pausa di riflessione, pur propugnato in ambito politico, riflette in realtà anche l’atteggiamento più genuino dell’uomo di scienza, preoccupato di sottoporre le proprie posizioni alla valutazione della collettività e pronto ad anteporre alla gloria personale la ricerca di una verità oggettiva e il raggiungimento del bene pubblico.

Anche nell’ambito più specifico della conoscenza, gli Utopiani propugnano infatti l’ideale di una continua disponibilità ad apprendere dagli altri, di un’apertura al mondo e all’esterno. Nel primo libro, Itlodeo aveva già anticipato ai propri interlocutori l’atteggiamento aperto e pronto all’apprendimento degli abitanti dell’isola ideale:

Del resto, io sono assolutamente convinto che noi li superiamo quanto a intelligenza, ma che essi ci diano un bel distacco in fatto di impegno e di ingegnosità. Infatti (com’è scritto nei loro annali) prima del nostro sbarco laggiù essi non avevano avuto la menoma notizia dei fatti nostri

chariorem habere: curiosum ac sollicitum inspectorem, operisque sui admiratorem:

quam eum qui velut animal expers mentis: tantum ac tam mirabile spectaculum, stupidus immotusque neglexerit.

Utopiensium itaque exercitata literis ingenia mire valent ad inventiones artium, quae faciant aliquid ad commodae vitae compendia” (Utopia, p. 182).

20 Come è stato giustamente osservato, questo ideale dell’indagine della natura si collega strettamente nell’Utopia anche all’antico principio stoico del “vivere secondo natura”, che Itlodeo spiega essere alla base dell’etica degli Utopiani:

per “vivere secondo natura” è infatti necessaria una perfetta conoscenza delle leggi che regolano il mondo naturale (cfr.

su questo aspetto R.P. adaMs, The Social Responsabilities of Science in Utopia, New Atlantis and after, in “Journal of the History of Ideas”, X (1949), pp.

374-398, p. 378).

21 Cfr. A.F. doni, I Mondi e gli Inferni, a cura di P.

Pellizzari, Introduzione di M. Guglielminetti, Torino, Einaudi 1994, pp.

158-161. Per l’analisi di questa novella e degli stretti rapporti intercorrenti con la visione utopica rimando a: S.

JaCoMuzzi, Potenti e Popolo, Utopia e Follia: un apologo rinascimentale, in “Sigma”, XI (1978), n. 2/3, pp. 251-268; L.

Bolzoni, Le città utopiche del Cinquecento italiano: giochi di spazio e di saperi, in “L’Asino d’oro”, IV (1993), n. 7, pp.

64-81 e C. rivoletti, Le metamorfosi dell’utopia. Anton Francesco Doni e l’immaginario utopico di metà Cinquecento, Lucca, Maria Pacini Fazzi 2003, in part. capitolo primo (pp. 19-47).

22 Si ricordi in proposito la critica rivolta dai Solari alla

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(ci chiamano gli Oltrequinoziali), salvo che una volta, milleduecento anni or sono, una nave sbattuta dalla tempesta andò a naufragare presso l’isola di Utopia. Vennero gettati sulla riva alcuni Romani ed Egiziani, che poi non se ne allontanarono più. Orbene, guarda come la loro industriosità seppe mettere a frutto quest’unica occasione! Non c’era tecnica conosciuta entro i confini dell’impero romano, dalla quale si potesse trarre qualche pratica utilità, che essi non abbiano appreso da quei naufraghi forestieri, o che non abbiano scoperto per conto loro, dopo aver ricevuto da quelli i primi spunti di ricerca: tanto è il vantaggio che seppero trarre da quell’unico approdo di qualcuno dei nostri laggiù! Se invece in passato un caso analogo ha sospinto fin qui qualcuno di loro, se n’è perduta ogni memoria, nel modo stesso in cui forse i posteri ignoreranno che un tempo io vissi in quell’isola29.

Coerentemente a questa descrizione, More spiega nel secondo libro che gli Utopiani “riserbano accoglienze molto calorose a chiunque venga a visitare l’isola e si raccomandi per qualche dote d’ingegno singolare o per la conoscenza di molti paesi acquisita in lunghi viaggi [...], perché volentieri ascoltano relazioni su quello che accade dovunque nel mondo”, e preferiscono esportare direttamente le merci, piuttosto che farle venire a prendere dagli altri, per avere così occasione di “raccogliere da ogni parte informazioni sulle genti straniere”30. Questo accorgimento relativo al sistema economico e commerciale chiude in realtà l’ampio passo dedicato da More alla descrizione della cultura e della scienza in Utopia, suggellando lo stretto legame esistente tra l’idea di conoscenza e il principio di un mutuo scambio di informazioni tra gli uomini.

È questo un atteggiamento importante, che verrà tra l’altro ripreso puntualmente dai Solari, a proposito dei quali Campanella ci riferisce che

“teneano di tutte le nazioni lingua, e che mandavano apposta per il mondo ambasciatori, e s’informavano del bene e del male di tutti; e godeno assai in questo”31. In More e in Campanella questa idea viene solo brevemente accennata: va però osservato, che si precorre qui in nuce il sistematico meccanismo degli ambasciatori del sapere inviati in tutto il mondo, che costituisce uno dei capisaldi dell’attività di ricerca scientifica condotta dalla Casa di Salomone nella New Atlantis di Bacon.

In More l’idea del progresso è dunque un atteggiamento molto ampio e al contempo imprescindibile, che abbraccia in sé le scienze e gli altri ambiti del vivere. Esso prevede quell’apertura alle critiche esterne, quella disponibilità allo scambio e alla modifica perenne delle proprie opinioni che rappresenta, come è stato giustamente riconosciuto, un principio basilare della mentalità scientifica moderna. I primi lettori di More non esitarono a riconoscere tale principio come fondamentale nella società utopiana, come testimonia il verso finale della quartina scritta da Pieter Gilles, dalla quale abbiamo preso le mosse e nella quale l’isola di Utopia, parlando in prima persona, annuncia senza esitazione:

“Libenter impartio mea, non gravatim accipio meliora”32. concezione astratta e meccanica

del sapere che dominava nello spirito controriformistico dell’Italia dell’epoca: “sappiate che questo è argomento che può tra voi, dove pensate che sia dotto chi sa più grammatica e logica d’Aristotile o di questo o quello autore; al che ci vol sol memoria servile, onde l’uomo si fa inerte, perché non contempla le cose ma li libri, e s’avvilisce l’anima in quelle cose morte; né sa come Dio regga le cose, e gli usi della natura e delle nazioni.

Il che non può avvenire al nostro Sole, perché non può arrivare a tante scienze chi non è scaltro d’ingegno ad ogni cosa, onde è sempre attissimo al governo. Noi pur sappiamo che chi sa una scienza sola, non sa quella né l’altre bene;

e che colui che è atto ad una sola, studiata in libro, è inerte e grosso. Ma non così avviene alli pronti d’ingegno e facili ad ogni conoscenza, come è bisogno che sia il Sole. E nella città nostra s’imparano le scienze con facilità tale, come vedi, che più in un anno qui si sa, che in diece o quindici tra voi, e mira in questi fanciulli”

(T. CaMPanella, La città del Sole, a cura di L. Firpo, nuova edizione a cura di G. Ernst e L.

Salvetti Firpo, postfazione di N. Bobbio, Bari, Laterza 2000, p. 14).

23 Ibidem.

24 Coerentemente viene elogiata l’invenzione tecnica della stampa, che facilita enormemente la diffusione del sapere (cfr. Utopia, p. 183;

Firpo, p. 234-235).

25 Firpo, p. 189. “Eius reipublicae institutio hunc unum scopum in primis respicit: ut quoad per publicas necessitates licet: quam plurimum temporis ab servitio corporis ad animi libertatem cultumque civibus universis asseratur. In eo enim sitam vitae felicitatem putant”

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26Cfr. J.B. BURY, The Idea of Progress. An Inquiry into its Growth and Origin, New York, Dover 1960 (prima edizione: 1932) e E. ZILSEL, The Genesis of the Concept of Scientific Progress, in “Journal of the History of Ideas”, VI (1945), pp. 325-349.

27 Ivi, p. 326.

28 Firpo, pp. 178-179. “Quin id quoque moris habet senatus, ut nihil, quo die primum proponitur, eodem disputetur.

sed in sequentem senatum differatur, ne quis ubi quod in buccam primum venerit, temere effutierit, ea potius excogitet postea, quibus decreta tueatur sua, quam quae ex reipublicae usu sint.

malitque salutis publicae, quam opinionis de se iacturam faceret, perverso quodam ac praepostero pudore, ne initio parum prospexisse videatur.

Cui prospiciendum initio fuit, ut consulto potius, quam cito loqueretur” (Utopia, p. 124).

29 Firpo, p. 156. “Caeterum ego certe puto, ut illis praestemus ingenio, studio tamen atque industria longe a tergo relinquimur. Nam (ut ipsorum habent annales) ante appulsum illuc nostrum de rebus nostris (quos illic vocant Ultraequinoctialeis) nihil unquam quicquam audierant, nisi quod olim annis ab hinc ducentis supra mille, navis quaedam apud insulam Utopiam naufragio periit, quam tempestas eo detulerat. Eiecti sunt in littus Romani quidam, atque Aegyptii, qui postea nunquam inde discessere.

Hanc unam occasionem, videquam commodam illis sua fecit industria. Nihil artis erat intra Romanum imperium, unde possit aliquis esse usus, quod non illi aut ab expositis hospitibus didicerint, aut acceptis quaerendi seminibus adinvenerint. tanto bono fuit illis aliquos hinc semel illuc

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esse delatos. At si qua similis fortuna quempiam antehac illinc huc perpulerit, tam penitus hoc obliteratum est, quam istud quoque forsan excidet posteris, me aliquando illic fuisse” (Utopia, pp. 106- 108).

30 Firpo, p. 235. “Quisquis eo spectandi gratia venerit, quem insignis aliqua dos ingenii aut longa peregrinatione usum:

multarum cognitio terrarum commendet [...] pronis animis excipitur. Quippe libenter audiunt, quid ubique terrarum geratur”; “exteras undique gentes exploratiores habeant”

(Utopia, p. 184).

31 CaMPanella, La città del Sole cit., p. 9.

32 Utopia, p. 18. “Offro volentieri quello che mi appartiene, ma senza difficoltà accetto suggerimenti migliori”

(Firpo, p. 63).

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